LA SECONDA RIVOLUZION INDUSTRIALE E L’IMPERIALISMO


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La seconda rivoluzione industriale

 autore: G. Gualtieri

IL TESTO DI CUI SOTTO E’ TRATTO DA WIKIPEDIA è la trattazione schematica di quattro differenti tesi sull’imperialismo. E’ particolarmente utile perchè avrete in questo modo un quadro d’insieme delle principali teorie sull’imperialismo che vi agevolerà anche per eventuali tesine o mappe concettuali da elaborare visto i possibili riferimenti ad altri ambiti disciplinari.

Vi sarà utile inoltre in funzione dell’approfondimento oggetto del corso di quest’anno sulla Decolonizzazione dell’immaginario.

Imperialismo è

il termine introdotto nel XIX secolo, dal 1860 al 1870, nell’Inghilterra della regina Vittoria e nella Francia di Napoleone III, per indicare la tendenza di uno Stato ad estendere il suo dominio politico ed economico su altri paesi. In senso stretto l’imperialismo è riferito agli imperi coloniali delle potenze europee, degli USA e, nell’area orientale, del Giappone tra la fine del XIX e l’inizio della I Guerra Mondiale

Il dibattito storiografico

John Atkinson Hobson, (18581940)

L’origine economica dell’imperialismo.

Hobson è un economista inglese, appartenente alla Società Fabiana e quindi sostenitore di un graduale moderato riformismo, che non gli impedisce però di formulare aspre critiche al sistema capitalistico causa inevitabile di disoccupazione e miseria della classe operaia. Tuttavia, egli crede nella possibilità di una riforma del capitalismo tale da sanarne gli aspetti deteriori. Nell’opera “Imperialismo. Uno studio”, pubblicato a Londra nel 1902, Hobson considera […] l’imperialismo nella natura stessa del sistema capitalistico che genera aumenti di capitali improvvisi e inaspettati che non trovano spazio sul mercato interno e devono espandersi all’estero. L’imperialismo non è una scelta ma una necessità e “per quanto costoso, per quanto rischioso questo processo di espansione imperiale possa essere, è indispensabile alla continuità dell’esistenza e del progresso del nostro paese“. Le origini economiche dell’imperialismo sono evidenti anche se gli inglesi hanno portato a giustificazione delle loro conquiste coloniali soprattutto la “missione di civiltà”, il dovere umanitario che la superiore nazione inglese ha nei confronti dei popoli, che pur ricchi di risorse naturali, vivono in una condizione di primitiva barbarie. Il popolo inglese per lo stesso bene di quei popoli e dell’umanità tutta deve portare alla luce quei tesori nascosti e avviare alla civiltà europea quegli ingenui e primitivi indigeni.

Il grande popolo americano si muoverà invece alla conquista di nuovi territori spinto dallo “spirito d’avventura” che è insito in quegli uomini che hanno strappato ai selvaggi le terre del lontano ovest. Del resto le moderne teorie evoluzionistiche insegnano che nella natura il più forte è destinato a prevalere, e non per spirito egoistico di sopraffazione ma per il bene dell’intera specie.

La cultura stessa si allinea e si vende alle esigenze economiche dell’imperialismo: le Università accettano gli interessati finanziamenti dei grandi imprenditori e per gratitudine conformano il proprio insegnamento agli interessi politici ed economici dei loro finanziatori. Si forma così una classe dirigente convinta in buona fede della missione imperiale di civiltà della propria nazione. «In questo modo le forze finanziarie e industriali dell’imperialismo forgiano e modellano l’opinione pubblica» [4] che convinta delle teorie giustificatrici dell’assoggettamento dei popoli inferiori farà pressione sui suoi governi per spingerli ad una politica coloniale.

Lenin (1870-1924)

L’origine economica dell’imperialismo e lo sbocco rivoluzionario

Nel famoso saggio L’imperialismo fase suprema del capitalismo, scritto e pubblicato a Zurigo nel 1916, mentre divampava la Prima guerra mondiale, e ripubblicato nel 1917 a Pietrogrado nell’anno stesso della rivoluzione bolscevica, Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin, utilizzando l’opera di Hobson, affronta la questione del capitalismo monopolistico.568px-Lenin

«L’imperialismo sorse dall’evoluzione e in diretta continuazione delle qualità fondamentali del capitalismo in generale. Ma il capitalismo divenne imperialismo capitalistico soltanto a un determinato e assai alto grado del suo sviluppo, allorché […si ebbe] la sostituzione dei monopoli capitalistici alla libera concorrenza […]. Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo.»

Lenin quindi condivide sostanzialmente con Hobson l’ipotesi di un’origine economica dell’imperialismo dovuta alla fine della libera concorrenza e alla nascita degli aggressivi monopoli, ma non concorda con l’ipotesi che il capitalismo possa essere riformato. Solo la rivoluzione proletaria potrà definitivamente abbattere il sistema capitalistico e l’occasione si sta presentando con l’esplosione del conflitto mondiale. La Prima guerra mondiale è infatti la conseguenza dell’imperialismo, è una guerra imperialistica, di conquista, rapina e brigantaggio, che mira all’annientamento del nemico “concorrente” e a sostituirsi a lui nei suoi domini coloniali. È una guerra che non va fermata ma che anzi, arrivata alle sue estreme conseguenze, per le sue atrocità e miserie spingerà i popoli europei alla Rivoluzione.

Joseph Alois Schumpeter (1883 – 1950)

Forze irrazionali all’origine

dell’imperialismo.

Nel saggio “Zur Sociologie der Imperialismus” , presentato dallo storico diplomatico americano W.L. Langer come «uno dei più originali e stimolanti tra tutti gli scritti sull’imperialismo», il filosofo dell’economia Schumpeter accetta ed approva il sistema capitalistico. Il fenomeno dell’imperialismo non appare più collegato a cause economiche, come nell’interpretazione leninista, ma piuttosto si pensa sia da riportare a cause di tipo psicologico che, impersonate dalla politica, avevano deformato e alterato le strutture tendenzialmente pacifiche del capitalismo. L‘imperialismo nasce quindi, dalle forze irrazionali, passionali e istintive dell’uomo che si oppongono all’impianto razionale che è alla base del sistema capitalistico. Questi è orientato al perseguimento dell’interesse attraverso la concorrenza e il libero gioco della domanda e dell’offerta, dove gli interessi contrastanti si compongono naturalmente in un’armonica ed equilibrata sintesi. Quando questo non accade la colpa è da imputare a forze irrazionali che si esprimono nella politica per cui l’imperialismo è «l’assurda tendenza di uno stato a perseguire un’espansione illimitata e violenta»

A sostegno della sua tesi Schumpeter considera il caso dell’Inghilterra, dove il partito conservatore di Disraeli, per guadagnarsi il favore delle masse, e quindi essenzialmente per motivi politici interni, lanciò lo slogan dell’imperialismo rivolto al sentimento nazionalista inglese, raccogliendo una moltitudine di consensi che spinse il governo ad adottare una politica coloniale che senza Disraeli sarebbe stata già esaurita nell”800.

Hannah Arendt ( 1906 – 1975 )

“Le origini del totalitarismo”

Nella seconda delle tre parti de “Le origini del totalitarismo”,  Hannah Arendt affronta il tema dell’imperialismo. Per Hannah Arendt esso fu la naturale valvola di sfogo per capitali e uomini superflui: le aziende operanti sui mercati nazionali – ormai saturi – necessitavano di impiegare in qualche modo i capitali accumulati negli anni, mentre allo stesso tempo decine di migliaia di persone – rese superflue al mercato del lavoro dalle continue migliorie ai processi di produzione – necessitavano di impiego. Come nella rivoluzione francese il feudalesimo fu abbattuto prima nelle regioni in cui era meno forte (il popolo non tollera chi non contribuisce alla società; un signore feudale senza poteri ma ancora ricco diventa estremamente superfluo, esattamente come un capitalista che non offre un lavoro), era facile prevedere che si sarebbero potute verificare tensioni per via di queste due classi. L’apparente uovo di Colombo fu l’espansione delle industrie sulle colonie: per la prima volta era la borghesia, il capitale, ad espandersi per proprio conto in terre straniere: il potere politico non farà altro che fornirgli protezione (servizi di polizia), per poi assumere il controllo (diretto nel caso della Francia, indiretto in quello dell’Inghilterra) solo quando l’espansione e l’imperialismo siano diventati pilastro della vita politica – quando cioè i 150px-Stamp_Hannah_Arendtborghesi e gli industriali, convinta la plebe che l’espansione economica fosse il solo obiettivo politico a fare gli interessi di tutta la nazione, si insediarono in parlamento allo scopo di favorire i propri affari. La borghesia, quindi, unica classe sociale ad aver finora dominato senza interessarsi mai della politica, divenne padrona di quest’ultima, contando sull’appoggio della plebe (gli scarti di tutte le classi sociali) e dei nazionalisti, che nell’imperialismo vedevano il trionfo della propria nazione sulle altre.Imperialismo e razzismo Prima dell’imperialismo le teorie razziali avevano valenza di semplici opinioni, e come tali confutabili; è solo con l’imperialismo che queste ultime diventano vere ideologie, cioè singole ipotesi con cui si riesce a spiegare qualsiasi aspetto della vita. Prima di questa trasformazione erano perfettamente rappresentate dalle sciocchezze del marchese di Boulainvilliers o del conte di Gobineau: mitici popoli germanici di razza superiore che, scesi in Francia, avevano fondato l’aristocrazia (nel caso del primo) o una teoria che spiegava – col mescolamento del sangue nobile a quello plebeo – l’ormai sopravvenuto declino dell’aristocrazia e permetteva al suo nobile teorizzatore di proclamarsi puro (in virtù del suo sangue mai mescolato) nel caso del secondo. Diverso il caso di Edmund Burke e del razzismo inglese: in una società che ancora conservava i privilegi aristocratici, esso estese la definizione di “razza pura” a tutto il popolo inglese, allo scopo di dare una consolazione alle classi più povere: seppur inferiori ai nobili, erano pur sempre superiori al resto del mondo. La razza e la burocrazia divennero i pilastri dell’espansione imperialista. Solitamente si usava colonizzare una terra nel caso essa fosse stata ricca e scarsamente abitata, o impiantarvi una stazione marittima nel caso mancassero questi due requisiti. Nel Sudafrica gli olandesi attuarono la seconda opzione, usandolo come base per l’India per poi dimenticarsi dei propri uomini una volta aperto il canale di Suez; questi ultimi erano i Boeri, o Afrikaner, che si erano garantiti la sopravvivenza in terre così ostili sfruttando la propensione delle popolazioni autoctone a crederli esseri superiori per renderli schiavi. Quando in Sudafrica si scoprirono miniere di diamanti e folle di nobili avventurieri inglesi e scarti della società vi si riversarono, a contatto con i boeri ne mutuarono il razzismo; la madrepatria scoprì così che era possibile usare la sola forza bruta per assicurarsi il controllo di una popolazione. Il controllo istituzionale era invece affidato alla burocrazia imperialista: il primo e più fulgido esempio di questa fu l’inglese Lord Cromer. Console egiziano dal 1883 al 1907, arrivò animato da sentimenti nobili: tenere in mano inglese il canale di Suez così che essi potessero continuare a “proteggere l’India”, insegnando agli autoctoni la loro superiore cultura. Appena stabilitosi, non poté più credere che agli inglesi interessasse qualcosa di popoli che gli apparivano “arretrati”, ed iniziò a dominare il paese senza che gli fosse mai stata davvero concessa questa autorità. Il suo dominio basato su decreti provvisori, leggi non scritte, arbitrarietà perpetrate non da riconoscibili soldati ma da agenti segreti fu il modello per tutte le altre colonizzazioni.

One comment

  1. John Eaton
    Economia politica
    Introduzione alla teoria economica marxista
    1971

    Chi si sia accinto allo studio dell’economia marxista conosce le difficoltà dell’impresa: Il capitale non è opera per lettori sprovveduti e richiede l’ausilio di una introduzione a quella teoria e a quella analisi; cosí come è necessario mettere gli elementi essenziali della economia marxista alla portata di chi non abbia la possibilità di approfondire lo studio sui testi classici. A tale doppia esigenza soddisfa questo «manuale», nato dal lavoro di un gruppo di economisti e marxisti inglesi, sotto la direzione di John Eaton. È una esposizione condotta secondo le migliori tradizioni della scienza economica inglese, che ora presentiamo in una nuova edizione riveduta, aggiornata e ampliata: i capitoli sulla crisi economica e la distribuzione del prodotto nazionale tengono conto dei piú recenti sviluppi, ed inoltre è stata aggiunta una nuova parte sulla teoria economica keynesiana.

    http://books.google.it/books?id=4zyWOAAACAAJ&dq=John+Eaton++Economia+politica&hl=it&sa=X&ei=Dzu6UIm7OMzAtAajmYG4AQ&ved=0CDYQ6AEwAA

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