film

Venus in fur


(di R. Polanski, tratto dall’omonimo testo teatrale di David Ives, ispirato al romanzo «Venere in pelliccia» di Leopold Von Sacher-Masoch, con E. Seigner e M. Amalric, Cannes 2013)

Il film inizia con uno straordinario piano sequenza. Seguiamo dei passi. C’è qualcuno che concitato attraversa un tetro viale alberato battuto da una forte pioggia. Si dirige alla volta di un vecchio teatro. Le porte, al suo arrivo, misteriosamente si aprono. Siamo entrati nel film: Venus in Fur.

Wanda-Emmannuele, attrice da quattro soldi, è arrivata troppo tardi all’audizione e cerca disperatamente di farsi fare il provino da Thomas, il regista, il quale è restio, scocciato dalla sua insistenza, infastidito dai modi della donna e imbarazzato dai suoi abiti succinti. Ma non passa tempo che Wanda, impossessatasi della scena – mentre Thomas, totalmente indifferente, cerca di raccattare la sua roba –, con solo due colpi di battuta scoperchia, come una dea, l’arcano.

La stridula e sguaiata voce di Wanda-attrice si è trasformata in quella suadente e velata di Wanda-personaggio. Polanski gioca sulla omonimia dell’attrice e del suo personaggio per confonderci ancora di più. Quale delle due reciti la parte dell’altra è veramente difficile da comprendere ora che Il teatro prende il sopravvento sui suoi (spetta)-attori.

Dalle spalle di Thomas – che rappresenta lo stesso punto di vista e di ascolto dello spettatore –, la voce della Seigner pare venga da molto lontano, da un altro tempo. Thomas ne è magicamente trattenuto. Come inchiodato. Vi presta, prima di voltarsi, gioiosamente l’ascolto, convinto che alla fine avrebbe trovato Venere. Questa splendida voce segna con le sue modulazioni i piani in cui si muovono i due protagonisti: quello della realtà e quello del sogno. Quando Wanda recita, è come se da un silenzio secolare si stesse palesando una realtà sovrannaturale.

I personaggi esplodono. I ruoli si invertono.

L’attrice diventa regista e con estrema sicurezza apparecchia la scena. Conosce sorprendentemente tutta la sua parte, non ha bisogno del copione, confonde Thomas e gli spettatori e nella sua giunonica bellezza si trasfigura mano a mano in una divinità onnisciente, imperiosa, dominatrice, perfida, vendicatrice. Fa e disfa il giorno e la notte, la solitudine e il luogo dell’incontro, torturando voluttuosamente Thomas. Lui è d’altra parte ridimensionato nella sua iniziale demiurgica posizione. Riconosce Wanda come qualcosa di originario e di primitivo a cui si sottomette con una remissività gioiosa e liberatoria. Come se non avesse aspettato nient’altro che questo. Il mondo di fuori incombe, presago, con lampi vento e acqua, come se stesse assistendo al compiersi di un misfatto. Nemmeno la voce della sua ricca e borghese fidanzata ha più presa su di lui. Thomas scivola sempre di più in quel caldo posto buio dell’inconscio dove gli è dato indossare i panni di Wanda, usare il suo rossetto, indossare i suoi tacchi, la sua pelliccia mentre Wanda è oramai Venere o una baccante che, danzando attorno al cactus-colonna ionica, compiuta la sua trasfigurazione, sparisce, così com’è comparsa, accompagnata da un lungo piano sequenza, come una strega che viene e va con la tempesta.

giusi gualtieri

 

Blue Janet – Blue Jasmine


Blue Janet – Blue Jasmine

(Blu Jasmine, W. Allen, con Alec Baldwin, Cate Blanchett, Sally Hawkins,Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, dal 3 dicembre nei cinema)

Un bel film, completamente al di fuori degli schemi del cinema natalizio, e che consiglio di vedere proprio a Natale.

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Sono uscita dalla sala con un senso di svuotamento e scontentezza. W. Allen fa un affresco lucido e realistico, senza alcun tipo di commento o di valutazione, della crisi dell’esistenza, della fine delle illusioni, della fine del mondo (di Janet-Jasmine). Jasmine (C. Blanchet), che in realtà si chiama Janet, è una ricca donna newyorkese sposata con un affascinante e ricchissimo uomo d’affari (A. Baldwin) che la vizia con costosi regali di ogni sorta, tradendola contemporaneamente. Quando alla fine scoprirà che il marito ha un’amante, il suo matrimonio finirà, trascinando con sé la sua vita lussuosa. È per questo che Jasmine si rifugia, distrutta economicamente, emotivamente a pezzi ed imbottita d’alcool e di psicofarmaci, a casa di Ginger (S. Hawkins), la sorella povera ed insignificante che vive, con due figli, a SF. Qui cerca di ricominciare, di dare sostanza alla sua vita, lavorando e cercando di capire che professione potrebbe riportarla a galla. Incontra così un ricco diplomatico che si innamora immediatamente della sua eleganza e dei suoi modi così aristocratici, da chiederle subito di sposarlo e di andare a vivere con lui. Ma Jasmine non ha detto la verità sulla propria vita, e, come accade spesso nei film di W. Allen, il caso è sempre all’agguato a ricordare quanto miserabili siano alcune esistenze.

Siamo chiamati così a doverci confrontare con l’incredibile causalità della nostra esistenza, di eventi che paiono sovrastare la nostra stessa responsabilità, come se fossimo agiti – anche quando decidiamo di compiere un’azione le cui conseguenze sappiamo terribili (è Jasmine che, preda della vendetta, denuncia il marito alla FBI) –, da una forza esterna.

Il film è certo privo di qualsiasi scandaglio interiore. Non c’è traccia di scavo psicologico, alcuna indulgenza o condanna per la/le protagoniste, e si può dire tutto incardinato sull’enfatizzazione dei contrasti e delle sproporzioni.

Quando Jasmine arriva a SF, è estrema l’inadeguatezza dei suoi abiti del suo portamento della sua eleganza della sua statura, con gli abiti l’andatura la statura della sorella. È estrema la sua difficoltà nel mondo di Ginger, in quella casa modesta, con i suoi amici bifolchi. Ma altrettanto goffa è l’eleganza di Jasmine commisurata alla sua totale incapacità di comprendere la vita, gli affetti, le relazioni, i valori. È in questo le due sorelle, nonostante la loro distanza culturale e sociale, si rivelano uguali.

Così, se l’estrema contrapposizione tra le due è uno dei leit motiv della pellicola, la loro differenza, così grottesca, nasconde in fondo una brutale identità. Jasmine e Ginger sono entrambe naive, estremamente instabili, prive di carattere, senza un quadro valoriale di riferimento. Entrambe perse nel mondo, diluite nei suoi codici, prigioniere dei suoi status. Entrambe egualmente incapaci di vivere, di costruire qualcosa di stabile, di gestire le proprie relazioni: l’una espressione nevrotica dell’autoaffermazione a tutti i costi; l’altra espressione giuliva dell’idiozia lasciva. La cosa più angosciante di questo film, così emotivamente fastidioso, è proprio il vuoto di queste due esistenze.

In questo è davvero senza pietà il ritratto che Allen fa della sproporzione tra esistente e vita. Entrambe queste donne, a prescindere della loro estrazione sociale, non hanno narrazione, non hanno trama alcuna a supportarle e, per questo, sono esposte e sottomesse al fato, in balia degli eventi. Come quando, dopo la disastrosa debacle del marito-Alec Baldwin, e il del tutto inaspettato fidanzamento con il diplomatico californiano, Janet-Jasmin va dritta incontro al suo destino: di fronte alla gioielleria in cui sta per comprare il suo anello, un uomo del suo passato le vomita in faccia tutta la verità e tutte le bugie della sua vita, mandando in rovina il suo secondo matrimonio.

giusi gualtieri