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calabria magica


Foci del Trionto, Jonio

Calabria magica

Faro abbandonato di Capo Trionto. Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio della Difesa in dismissione

Faro abbandonato di Capo Trionto.
Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio del Ministero della Difesa in dismissione

La Casa delle Capre. Capo Trionto, (CS) Il Faro

La Casa delle Capre.
Capo Trionto, (CS) Il Faro

Lido Il Faro, Capo Trionto

Il Faro, Capo Trionto

Capo Trionto, Passaggio di capre alla foce del Trionto

dietro la catena Costiera che separa

Tramonto sullo Jonio, dietro la catena Costiera che separa Cosenza da Sibari

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La vita di Adèle


Chi ha visto “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche?

All’inizio i primi piani così intensi, la descrizione eccessiva del cibo, le pieghe dei volti, il cercare insinuante della macchina da presa, come se volesse entrare nella vita dei personaggi, danno quasi un senso di claustrofobia. I volti sono particolari, i tratti enfatizzati, la bellezza e il ritmo delle scene così perfetto che sembra il respiro di notte di Adele, quel respiro che pervade tutto il film che è il respiro delle due donne quando si amano.

Adele è splendida, sembra disegnata da una morbida HB. Ed Emma è diafana, e sembra uscire dalle strisce di un fumetto. La carrellata dei volti e di occhi e di bocche è uno straordinario ritratto delle stravaganti forme della bellezza umana.

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Ma il secondo capitolo va al di là della luminosità dell’incontro e sprofonda nel dolore della fine, quando il racconto, superando la vita, chiede dove sia finito e come sia potuto finire quell’amore così totale.

In una cena a casa di Emma a base di ostriche e di crostacei si annuncia la differenza profonda tra le due ragazze, la loro distanza sociale e culturale e l’orizzonte di senso a cui entrambe appartengono. Così a poco a poco, dopo l’epifania dei corpi, emerge incomprensibilmente, come nella vita, l’incepparsi della dinamica relazionale, le insicurezze cocenti, l’incomunicabilità dolorosa, l’ipocrisia, quella parte di invisibilità in cui ogni amante, un tempo centro del mondo, improvvisamente scompare per trasformarsi in uno sconosciuto, totalmente altro. L’altro volto della luna.

La donna blu perde interesse per Adele, così semplicemente se stessa e lontana da quel mondo in cui manipoli di intellettuali parlano di metafisica dei colori, di decorativismo klimtiano e che la vorrebbe simile a sé. Tutti gli amici di Emma, i suoi genitori e lei stessa sono quasi imbarazzati dalla semplicità della ragazza, dalla sua schiettezza, dall’assenza totale di velleità e dal quel suo amore così genuino per la vita.

E Adele, che coglie la sua lontananza da quel mondo, tradisce Emma avvertendo il suo stesso allontanarsi e portando con sé il dolore della colpa della fine di una relazione a cui lei sembra tenere molto di più che la pittrice. E’ anche per questo che Adèle stenta a dimenticarla, mentre lei si “compie” in una famiglia, continuando a coltivare quella parte “maledetta” che la fa essere un po’ più “artista”.

Forse Adele è davvero la sua musa. Un elemento naturale e pulsionale, più che reale. E forse il film è anche questo: una critica molto dura a quella ricca borghesia intellettuale, alla sua ipocrisia, alla difficoltà che ha di liberarsi da stereotipi, all’incapacità che ha di vivere relazioni e sentimenti genuini, di vivere, piuttosto che di rinserrarsi nei salotti.

Forse anche per questo in Adele l’aspetto perturbante della sessualità e della sensualità è così vorace, quasi come se lei conservasse un aspetto ancestrale che, non per niente, compare in tutti i quadri di Emma e che ci fa credere, o volere, che ci sia un capitolo 3°.

giusigualtieri

 

Blue Janet – Blue Jasmine


Blue Janet – Blue Jasmine

(Blu Jasmine, W. Allen, con Alec Baldwin, Cate Blanchett, Sally Hawkins,Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, dal 3 dicembre nei cinema)

Un bel film, completamente al di fuori degli schemi del cinema natalizio, e che consiglio di vedere proprio a Natale.

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Sono uscita dalla sala con un senso di svuotamento e scontentezza. W. Allen fa un affresco lucido e realistico, senza alcun tipo di commento o di valutazione, della crisi dell’esistenza, della fine delle illusioni, della fine del mondo (di Janet-Jasmine). Jasmine (C. Blanchet), che in realtà si chiama Janet, è una ricca donna newyorkese sposata con un affascinante e ricchissimo uomo d’affari (A. Baldwin) che la vizia con costosi regali di ogni sorta, tradendola contemporaneamente. Quando alla fine scoprirà che il marito ha un’amante, il suo matrimonio finirà, trascinando con sé la sua vita lussuosa. È per questo che Jasmine si rifugia, distrutta economicamente, emotivamente a pezzi ed imbottita d’alcool e di psicofarmaci, a casa di Ginger (S. Hawkins), la sorella povera ed insignificante che vive, con due figli, a SF. Qui cerca di ricominciare, di dare sostanza alla sua vita, lavorando e cercando di capire che professione potrebbe riportarla a galla. Incontra così un ricco diplomatico che si innamora immediatamente della sua eleganza e dei suoi modi così aristocratici, da chiederle subito di sposarlo e di andare a vivere con lui. Ma Jasmine non ha detto la verità sulla propria vita, e, come accade spesso nei film di W. Allen, il caso è sempre all’agguato a ricordare quanto miserabili siano alcune esistenze.

Siamo chiamati così a doverci confrontare con l’incredibile causalità della nostra esistenza, di eventi che paiono sovrastare la nostra stessa responsabilità, come se fossimo agiti – anche quando decidiamo di compiere un’azione le cui conseguenze sappiamo terribili (è Jasmine che, preda della vendetta, denuncia il marito alla FBI) –, da una forza esterna.

Il film è certo privo di qualsiasi scandaglio interiore. Non c’è traccia di scavo psicologico, alcuna indulgenza o condanna per la/le protagoniste, e si può dire tutto incardinato sull’enfatizzazione dei contrasti e delle sproporzioni.

Quando Jasmine arriva a SF, è estrema l’inadeguatezza dei suoi abiti del suo portamento della sua eleganza della sua statura, con gli abiti l’andatura la statura della sorella. È estrema la sua difficoltà nel mondo di Ginger, in quella casa modesta, con i suoi amici bifolchi. Ma altrettanto goffa è l’eleganza di Jasmine commisurata alla sua totale incapacità di comprendere la vita, gli affetti, le relazioni, i valori. È in questo le due sorelle, nonostante la loro distanza culturale e sociale, si rivelano uguali.

Così, se l’estrema contrapposizione tra le due è uno dei leit motiv della pellicola, la loro differenza, così grottesca, nasconde in fondo una brutale identità. Jasmine e Ginger sono entrambe naive, estremamente instabili, prive di carattere, senza un quadro valoriale di riferimento. Entrambe perse nel mondo, diluite nei suoi codici, prigioniere dei suoi status. Entrambe egualmente incapaci di vivere, di costruire qualcosa di stabile, di gestire le proprie relazioni: l’una espressione nevrotica dell’autoaffermazione a tutti i costi; l’altra espressione giuliva dell’idiozia lasciva. La cosa più angosciante di questo film, così emotivamente fastidioso, è proprio il vuoto di queste due esistenze.

In questo è davvero senza pietà il ritratto che Allen fa della sproporzione tra esistente e vita. Entrambe queste donne, a prescindere della loro estrazione sociale, non hanno narrazione, non hanno trama alcuna a supportarle e, per questo, sono esposte e sottomesse al fato, in balia degli eventi. Come quando, dopo la disastrosa debacle del marito-Alec Baldwin, e il del tutto inaspettato fidanzamento con il diplomatico californiano, Janet-Jasmin va dritta incontro al suo destino: di fronte alla gioielleria in cui sta per comprare il suo anello, un uomo del suo passato le vomita in faccia tutta la verità e tutte le bugie della sua vita, mandando in rovina il suo secondo matrimonio.

giusi gualtieri