“il ritorno del principe”


“Il ritorno del principe”,

procuratore aggiunto della Procura antimafia di Palermo

procuratore aggiunto della Procura antimafia di Palermo

di Scarpinato-Lodato, edito da Chiarelettere nel 2008, è uno straordinario saggio, in forma di intervista, di un magistrato ed un giornalista.

Lo indico solitamente come lettura estiva a tutti i miei studenti, benché abbia deciso di integrarlo a pieno titolo come testo nel 5° anno di corso.

Le analisi dell’italico carattere ricordano un alto grande saggio, “Gli Italiani” di L. Barzini; l’arco di tempo che percorre arriva fino al 2007. L’oggetto di discussione è la violenza del potere, chiave di comprensione della storia italiana.

In alcuni casi vaticinante, la sensazione che si ha è di esser prigionieri di una ignominiosa distorsione dei fatti di cui si macchia la classe politica e la stampa e gli intellettuali del potere in nome di una “ragion politica” e di una “ragion di stato” che nasconde, piuttosto, interessi personali, familistici, lobbistici di potere e ricchezza personale.

Potere Intellettuali e società

Nell’antica Grecia, per decifrare i misteri del presente e antivedere il futuro, ci si rivolgeva agli oracoli. I più famosi, come Tiresia, erano ciechi. “Pare che la saggezza greca risiedesse proprio nella consapevolezza che “noi non vediamo con gli occhi ma attraverso gli occhi“. “L’occhio [sarebbe]  un foro attraverso il quale qualcuno guarda. Quel qualcuno è la nostra mente.” il che vuol dire che vediamo solo ciò che gli occhi della nostra mente ci consentono di vedere.” (p.15) E spesso quanto la nostra intelligenza può vedere, il nostro cuore – o il nostro stomaco – non ci fanno vedere.

“Tutti noi siamo ciechi dinnanzi a uno dei fenomeni più importanti delle nostre vite: il reale funzionamento della macchina del potere e, quindi, dei suoi segreti. Si tratta di una cecità indotta dallo stesso potere al fine di perpetuarsi”.(p. 16)

S. Mill aveva indicato come (On Liberty) individuo dovrebbe tutelare la propria libertà di pensiero. Questa libertà è infatti quella, tra le libertà civili, la più difficile da realizzare oltre ad essere la più importante da tutelare sia per la vita dell’individuo che per la salute della città.

Di questa libertà di pensiero e di quanto qui in Italia essa sia, per innumerevoli ragioni – storico culturali, familiari e sociali -, compromessa si può facilmente provare se ci si sofferma sul rapporto che esiste tra potere, intellettuali e società.

Il declino italiano sembrerebbe proprio da ricondurre a “pregiudizi, superstizioni, dogmi, leggende di cui è infarcito gran parte del sapere comune. Pregiudizi e leggende [che] fanno parte essenziale della storia del potere e quindi anche delle sue manifestazione criminali”

A suffragio di questa tesi gli autori citano il , reggente nella Francia del 1600 durante, e dopo, la minorità del futuro Luigi XIV, in uno dei periodi più turbolenti per l’istituto della monarchia, le fronde:

“il trono si conquista con le spade e i cannoni, ma si conserva con i dogmi e le superstizioni”

(Mazzarino)

“non bisogna coltivare la ragione del popolo ma i suoi sentimenti: occorre dunque dirgerlo e formare il suo cuore non la sua ragione. esso deve essere tenuto nel suo stato naturale di debolezza: leggere e scrivere non conviene alla felicità fisica e morale del popolo, anzi non corrisponde nemmeno al suo interesse.”

(De Maistre)

Le prigioni invisibili

Il sapere sociale non è mai innocente!

Secondo L. Althussser gli AIS (Apparati ideologici di stato) sono prigioni invisibili che rendono gli uomini ciechi di fronte al potere e di cui sono colpevoli gli intellettuali (p. 17).

Il potere quindi per esercitarsi in maniera efficace e invisibile si diffonde capillarmente in tutti i piani della vita di ogni cittadino: l’organizzazione della Stato, i rapporti economici, i conflitti politici, la religione la cultura l’educazione […]i rapporti di forza pubblici e privati tra potenti e impotenti.

Quindi se tu non ti occupi del potere, il potere e le sue imposture si occupano comunque di te!

Come dire, siate rivoluzionari in un senso innanzitutto copernicano: capovolgete le gerarchie, spostate l’ordine delle cose così come esse appaiono ai vostri occhi, andate al di là di ciò che sembra e, prima di tutto, al di là di quella pigrizia che a volte l’idea dell’impotenza vi dà, trasformandovi  in indifferenti.

 

Roberto Scarpinato

Marco travaglio recensisce "il ritorno del principe" 

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