il Principe e la Costituzione


parte 3

Come mi fa tremare questo urlato cambiamento. Qui in Italia il cambiamento è una parola strana che forse Renzi pronuncia inconsapevolmente, dimenticando quanta ambiguità essa celi. O forse confidando nell’Italico carattere.

Cambiamento è la parola che il principe di Salina pronuncia quando la Sicilia cade in mano ai garibaldini. Chi di noi non ricorda quando dice “Bisogna che tutto cambi affinché tutto rimanga come prima”!

Italiani!

La storia della Repubblica dalla sua nascita è scandita da una serie di scandali noti e meno noti: “dallo scandalo dell’Ingic a quello di Fiumicino, dallo scandalo delle banane a quello dell’Anas, dallo sandalo dei Crec dei Caltagirone alla faccenda  dell’Italcasse, dal primo al secondo scandalo dei petrolieri a quello dei fondi neri della Montedison, dallo scandalo Lockheed all’affare Sindona e al Caso Calvi, dallo scandalo dello Ior al bubbone dei mille affari sporchi che giravano intorno alla P2” (Scarpinato-Lodato, 129). Povera Italia!

Riguardo ad essi la classe politica si è sempre mantenuta omertosa attraverso la “sistematica negazione da parte del ceto politico delle autorizzazioni a procedere avanzate nel corso degli anni dalla magistratura, o mediante provvidenziali avocazioni e conflitti di competenza” (Scarpinato-Lodato, 129).

C’è una forza che opera in questo Paese e che possiamo chiamare Principe.  Il Principe rappresenta un antico modo, tutto italico, di risolvere le controversie e governare con la forza, l’intrigo, l’omicidio, la vessazione.

La legalità in Italia deve fare i conti col Principe.

Il Principe o della fragilità della nostra legalità

La sua forza viene da lontano  e affonda le radici nella storia italiana (Scarpinato-Lodato, p. 102). In alcune fasi storiche è stata costretta ad arretrare, in altre diventa soverchiante le fragili forze della legalità.

La fragilità della nostra legalità risiede nella nostra specificità: esser passati dalla pre-modernità alla post-modernità, rimanendo impermeabili alla modernità. Una modernità sancita storicamente da alcune fasi storiche di cui la prima è la “Riforma protestante”.

La Riforma protestante non ebbe in Italia  alcun esito se non la reazione controriformista la quale avviò un processo di radicalizzazione di tutti gli aspetti negativi dell’italico carattere: l’acritica sottomissione alle gerarchie, l’attesa di una verità spiegata da qualcuno che la gestisce come un mistero sacro; la ricerca di un capo che guida il popolo; e, soprattutto, l’esacerbazione di un’emotività parossistica, superstiziosa, di un’immaginazione suggestionabile credulona con una passione per l’irrazionale e il miracoloso.

L’Illuminismo e la Rivoluzione industriale, e la grande stagione liberalista sono le altre fasi storiche della modernità. In esse l’affermazione dei diritti inalienabili dell’uomo, che così diventa cittadino entrando a fa parte di una comunità, sancisce la nascita dello Stato di diritto e la cancellazione, almeno formale, di un’ineguaglianza davanti alla legge (si pensi all’Habeas corpus act). Ma è soprattutto il riconoscimento, accanto alla superiorità della legge, della subordinazione dei governanti ad essa la grande conquista dell’Illuminismo e del liberalismo.

Come dice Arendt, la Rivoluzione americana ebbe successo fondamentalmente perché era chiaro a tutti quegli uomini che la fecero la differenza che esiste tra il potere politico e la fonte del potere. Ecco, questa distinzione qui da noi non è mai stata chiara, non è mai stata assodata. Piuttosto, non avendo mai riconosciuto l’autorità delle sacre scritture e tutto il carico di libertà autonomia di pensiero che esso comporti, qui non ci sono sacre leggi e la fonte del potere non risiede in principi superiori rispetto a quei singoli che governano.

Se nel corso di queste tappe sono state poste le basi per la costruzione dello Stato democratico di diritto, ebbene questa fase qui in Italia è stata a pie pari saltata ad opera di forze retrive e violente che ne hanno bloccato il cammino. “Pare che questo Paese sia stato salvato solo dalle sue minoranze” sospira Scarpinato,  giacobine, carbonare, mazziniane, cavouriane, mentre il resto del Paese è tutto violenza e Gattopardi: la violenza e l’arbitrio dei Don Rodrigo, l’etica dell’obbedienza che si trasforma in criterio di selezione, “la logica padrone-suddito” che al posto della cultura dei diritti e del diritto “afferma quella dell’elemosina e del favore” (Scarpinato-Lodato, 63). “Il rapporto padroni sudditi come la pietra angolare dei rapporti sociali” (Scarpinato-Lodato, 63). Siamo una società di padrini, padroni, sudditi, con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio in cui il significato della cittadinanza è tutt’ora semplicemente incomprensibile.

In una società in cui non esiste lo stato di diritto la violenza e l’arbitrio regolano i conflitti mentre l’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e divino e la rassegnazione fatalistica vengono percepite come una necessità.

IL VALORE DELLA COSTITUZIONE e il

significato più profondo dell’anti-fascismo

dem-aut (1) renzi

Poste queste premesso storiche, la deriva autoritaria o personalistica sembra parte integrante del DNA delle nostre istituzioni.  Non è estrinseco, infatti, che la nostra Costituzione sia fondata sull’antifascismo. Che cos’è, infatti, l’antifascismo se non l’anti anti-modernità? L’antifascismo si pone così come il tentativo dei nostri padri Costituenti di superare l’antimodernismo del nostro Paese per progettare una nuova fase legalitaria o forse La fase legalitaria della nostra Repubblica.

Ecco cosa scrive a questo proposito Scarpinato: “La normalità fascista si interrompe a causa dell’intervento di un eccezionale fattore extrasistemico che consente di aprire una parentesi nella storia nazionale: quella che porta all’emanazione della Costituzione del 1948, altra creatura artificiale di ristrette élite culturali, destinata dunque ad essere riassorbita nel tempo dalla normalità nazionale” ((Scarpinato-Lodato, 76).

“Quella Costituzione ci ha salvati in passato e continua a salvarci tutt’oggi nei momenti più critici. Fino a quando resterà in vita sarà sempre possibile porre un freno alla degenerazione dello Stato democratico di diritto” (Scarpinato-Lodato, 76)

Non che non ci siano norme da modificare nella seconda parte del testo costituzionale. Tuttavia modificando la parte organizzativa della Costituzione si correrebbe il rischio di svuotare surrettiziamente anche la prima parte, quella sui diritti fondamentali. E svuotare la parte dei diritti fondamentali significa distruggere l’unico baluardo in grado di contrastare la violenza del Principe.

Dovremmo tremare al pensiero di questa Riforma del senato e di come stia per esser varata in barba a quel principio di unanimità che aveva animato i padri costituenti uniti da quella grande stagione della Resistenza e dei CLN. La Nostra Costituzione è proprio o era proprio un altrove  politico  in cui “un’avanguardia culturale si trasforma in maggioranza politica” ((Scarpinato-Lodato, 77), un altrove  da dove Renzi dovrebbe partire per realizzare il suo cambiamento,  affinché sia non un cambiamento alla “Principe Salina”.

“Ciò che fa la grandezza dell’opera dei costituenti – infatti – fu che essi, pur discordi nelle ideologie, erano d’accordo nel desiderare un sistema di libertà autentico e valido”.  Essi guardarono “ai problemi dell’organizzazione dello Stato con l’animo di uomini dell’opposizione, non ancora con l’animo di uomini di potere, essendo quello un momento della storia in cui nessuno poteva prevedere chi, nella successiva evoluzione politica avrebbe preso il potere”. “La nostra Costituzione superò noi stessi  e la nostra storia, fu un gettare il cuore oltre l’ostacolo, indicando un modello da raggiungere: la costruzione di uno Stato democratico di diritto che superava le possibilità etiche delle culture autoctone delle classi dirigenti e delle masse” (Scarpinato-Lodato,  77)

A proposito del TISA. Ovvero “Come il capitale domina la politica”


slavoj-zizek

La borghesia si è conquistato il dominio politico esclusivo nel moderno Stato rappresentativo. Il potere politico moderno non è altro che un comitato, il quale amministra gli affari comuni della classe borghese nel suo complesso” (K. Marx F. Engels, Il Manifesto del partito comunista)

Su Internazionale di Venerdì scorso è apparso un articolo di S. Žižek dal titolo: Come il Capitale domina la politica.

Il TISA, trattato sugli scambi di servizi che prosegue l’altra serie di trattati economici, rigorosamente segreti, sul libero scambio (l’ISDS e il TTIP), coinvolge 50 Paesi e gran parte degli scambi mondiali nei servizi. “Stabilisce, cioè, le regole che favorirebbero l’espansione delle multinazionali finanziarie in altre nazioni, eliminando le barriere restrittive” e vietando una necessaria regolamentazione dei servizi finanziari.

Oltre al fatto che la crisi scoppiata nel 2008 è stata una conseguenza proprio dell’assenza di regole, cade subito l’occhio sull’altra grande oscenità del TISA: la sua segretezza, relativa all’atto della sua stesura e ai 5 anni successivi alla sua entrata in vigore. Complice di questa operazione, come ricorda Žižek, la Stampa, che ha dato questa notizia distrattamente come se non avesse rilevanza alcuna.

il problema è che se il TISA entrerà in vigore – come d’altronde se l’ISDS entrerà in vigore – “le conseguenze globali” saranno  dirompenti perché travolgeranno come un fiume in piene l’ossatura legale del mercato mondiale lo stato di diritto e i diritti dei lavoratori e dei consumatori.

“Un secolo e mezzo fa, nel Capitale, Karl Marx definiva lo scambio di mercato tra lavoratore e capitalista come “un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo dove regnano solo Libertà, Uguaglianza, Proprietà e Jeremy Bentham. Per Marx l’aggiunta del filosofo dell’utilitarismo egoista è la chiave del vero significato della libertà e dell’eguaglianza nella società capitalistica” (Žižek). Ma la libertà del Capitale, è chiaro, è solo quella di cui si gode all’interno dei rapporti borghesi di produzione ed è quindi strettamente riferita al rapporto di compra-vendita. “Oggi possiamo dire di avere la libertà, la democrazia e il TISA: libertà significa libero flusso di capitali e dati personali e finanziari”, e “la democrazia?”, si chiede Žižek?

Seguendo l’analisi marxiana, il presente Stato di diritto, per intenderci quello che è nato dalla rivoluzione francese e diventato poi il prototipo dello stato borghese, e cioè lo stato costituzionale, liberale, parlamentare, rappresentativo ecc. è il modello teorico del rispecchiamento ideologico capitalistico. Marx dice chiaramente nel Manifesto che “lo Stato borghese è un comitato d’affari del Capitale”. Oggi quest’analisi si sta rivelando una previsione soprattutto quando la fine dell’Unione Sovietica è come se avesse neutralizzato e destituito di qualsiasi valore tutti quei diritti acquisiti nello stato sociali che sono stati il  frutto delle rivolte e proteste operaie. Caduto il muro di Berlino la “democrazia” perde quel volto (sociale) per appiattirsi sulla democrazia liberista capitalista che è sì quella della compre-vendita. E se si pensa al volto sociale degli USA, diventa chiaro di cosa si sta parlando: la libertà degli statunitensi è la libertà di consumare.

All’epoca dell’ISDS e del TTIP e del TISA la democrazia sta diventando quella di cui parla Hans Tietmeyer, governatore della Bundesbank, che dice di preferire “il plebiscito dei mercati globali” al “plebiscito dell’urna elettorale” (Žižek). E’ una “democrazia che sceglie di fissare segretamente e senza un dibattito, le coordinate per il dominio incontrastato del capitale” e in cui “lo spazio per le decisioni dei politici eletti democraticamente viene limitato” (Žižek).

gg

gorgone2

TISA, ISDS, TTIP e gli illustri precedenti: i 14 Punti di Wilson La Carta

Atlantica e gli Accordi di Bretton Woods

 

Sembrerà strano, ma la democrazia parlamentare costituzionale che noi conosciamo è un modello teorico dell’ideologia capitalistica. La Grande Democrazia Statunitense personifica chiaramente questa proporzione.

Basti pensare alla storia del XX sec. per riconoscere come i recenti  TTIP ISDS e TISA siano solo gli ultimi di una serie di trattati realizzati al solo scopo di proteggere l’economia capitalistica – prima nazionale statunitense ora sovranazionale o multinazionale – dopo la comparsa dello spettro comunista.

Gli USA entrano nella 1° guerra mondiale sventolando i 14 punti di Wilson (proprio mentre i bolscevichi in URSS davano inizio al più drammatico esperimento del comunismo reale) in nome della democrazia e del libero commercio.

Questi 14 punti sono il primo manifesto (come Antonio Gramsci intuì analizzando il nuovo ordine mondiale nato a Versailles) di un economia-mondo contro un’altra (il capitalismo statunitense contro il comunismo sovietico).

Qualche decennio dopo, nel 1941, La Carta Atlantica stilata per entrare in guerra contro il nazifascismo sposava nuovamente, ispirandosi ai 14 punti, democrazia e libero mercato.

Essa venne firmata da Churchill e Roosevelt, e su questa alleanza vennero poi sottoscritti i trattati di Bretton Woods del successivo 1944, dove, ancora una volta, venivano ribaditi i principi del libero commercio e dei liberi scambi e dei liberi mari.

Oggi, dopo il collasso economico-politico sovietico, il Capitale globale e gli USA in primis sono pronti a stilare nuovi Trattati sul libero scambio oramai assolutamente sciolti da qualsiasi vincolo. Anche da quei vincoli su cui le democrazie sociali dell’Europa (quella italiana, quella francese, quella Tedesca, quella belga, quella svedese ecc….) , le nostre democrazie cresciute sì all’ombra dei soldi statunitensi, ma nutrite da anni di lotte sociali e di ideologie di sinistra, hanno incardinato 50 anni di storia.

gg

 

calabria magica


Foci del Trionto, Jonio

Calabria magica

Faro abbandonato di Capo Trionto. Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio della Difesa in dismissione

Faro abbandonato di Capo Trionto.
Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio del Ministero della Difesa in dismissione

La Casa delle Capre. Capo Trionto, (CS) Il Faro

La Casa delle Capre.
Capo Trionto, (CS) Il Faro

Lido Il Faro, Capo Trionto

Il Faro, Capo Trionto

Capo Trionto, Passaggio di capre alla foce del Trionto

dietro la catena Costiera che separa

Tramonto sullo Jonio, dietro la catena Costiera che separa Cosenza da Sibari

J.M. Coetzee – Il maestro di Pietroburgo


Ladri di Biblioteche

Il Maestro di Pietroburgo

In esilio a Dresda, Dostoevskij ritorna a Pietroburgo sotto falsa identità, dopo la morte dai contorni poco chiari del figliastro. Lo scrittore si stabilisce nell’appartamento che era stato di Pavel e ossessivamente, insegue il fantasma del figlio per scoprire che cosa veramente gli sia capitato, indagando negli ambienti rivoluzionari di Nechaev. Pietroburgo diventa lo scenario dove si intrecciano le passioni dello scrittore: il dolore per il figlio morto, l’attrazione che prova per Anna Sergeevna – la padrona di casa di Pavel che ora ospita lui -, e persino per la giovane figlia di lei, il conseguente desiderio di rimanere in Russia ma altresí il bisogno di tornare all’esilio di Dresda…

View original post

Venus in fur


(di R. Polanski, tratto dall’omonimo testo teatrale di David Ives, ispirato al romanzo «Venere in pelliccia» di Leopold Von Sacher-Masoch, con E. Seigner e M. Amalric, Cannes 2013)

Il film inizia con uno straordinario piano sequenza. Seguiamo dei passi. C’è qualcuno che concitato attraversa un tetro viale alberato battuto da una forte pioggia. Si dirige alla volta di un vecchio teatro. Le porte, al suo arrivo, misteriosamente si aprono. Siamo entrati nel film: Venus in Fur.

Wanda-Emmannuele, attrice da quattro soldi, è arrivata troppo tardi all’audizione e cerca disperatamente di farsi fare il provino da Thomas, il regista, il quale è restio, scocciato dalla sua insistenza, infastidito dai modi della donna e imbarazzato dai suoi abiti succinti. Ma non passa tempo che Wanda, impossessatasi della scena – mentre Thomas, totalmente indifferente, cerca di raccattare la sua roba –, con solo due colpi di battuta scoperchia, come una dea, l’arcano.

La stridula e sguaiata voce di Wanda-attrice si è trasformata in quella suadente e velata di Wanda-personaggio. Polanski gioca sulla omonimia dell’attrice e del suo personaggio per confonderci ancora di più. Quale delle due reciti la parte dell’altra è veramente difficile da comprendere ora che Il teatro prende il sopravvento sui suoi (spetta)-attori.

Dalle spalle di Thomas – che rappresenta lo stesso punto di vista e di ascolto dello spettatore –, la voce della Seigner pare venga da molto lontano, da un altro tempo. Thomas ne è magicamente trattenuto. Come inchiodato. Vi presta, prima di voltarsi, gioiosamente l’ascolto, convinto che alla fine avrebbe trovato Venere. Questa splendida voce segna con le sue modulazioni i piani in cui si muovono i due protagonisti: quello della realtà e quello del sogno. Quando Wanda recita, è come se da un silenzio secolare si stesse palesando una realtà sovrannaturale.

I personaggi esplodono. I ruoli si invertono.

L’attrice diventa regista e con estrema sicurezza apparecchia la scena. Conosce sorprendentemente tutta la sua parte, non ha bisogno del copione, confonde Thomas e gli spettatori e nella sua giunonica bellezza si trasfigura mano a mano in una divinità onnisciente, imperiosa, dominatrice, perfida, vendicatrice. Fa e disfa il giorno e la notte, la solitudine e il luogo dell’incontro, torturando voluttuosamente Thomas. Lui è d’altra parte ridimensionato nella sua iniziale demiurgica posizione. Riconosce Wanda come qualcosa di originario e di primitivo a cui si sottomette con una remissività gioiosa e liberatoria. Come se non avesse aspettato nient’altro che questo. Il mondo di fuori incombe, presago, con lampi vento e acqua, come se stesse assistendo al compiersi di un misfatto. Nemmeno la voce della sua ricca e borghese fidanzata ha più presa su di lui. Thomas scivola sempre di più in quel caldo posto buio dell’inconscio dove gli è dato indossare i panni di Wanda, usare il suo rossetto, indossare i suoi tacchi, la sua pelliccia mentre Wanda è oramai Venere o una baccante che, danzando attorno al cactus-colonna ionica, compiuta la sua trasfigurazione, sparisce, così com’è comparsa, accompagnata da un lungo piano sequenza, come una strega che viene e va con la tempesta.

giusi gualtieri

 

La vita di Adèle


Chi ha visto “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche?

All’inizio i primi piani così intensi, la descrizione eccessiva del cibo, le pieghe dei volti, il cercare insinuante della macchina da presa, come se volesse entrare nella vita dei personaggi, danno quasi un senso di claustrofobia. I volti sono particolari, i tratti enfatizzati, la bellezza e il ritmo delle scene così perfetto che sembra il respiro di notte di Adele, quel respiro che pervade tutto il film che è il respiro delle due donne quando si amano.

Adele è splendida, sembra disegnata da una morbida HB. Ed Emma è diafana, e sembra uscire dalle strisce di un fumetto. La carrellata dei volti e di occhi e di bocche è uno straordinario ritratto delle stravaganti forme della bellezza umana.

adele

Ma il secondo capitolo va al di là della luminosità dell’incontro e sprofonda nel dolore della fine, quando il racconto, superando la vita, chiede dove sia finito e come sia potuto finire quell’amore così totale.

In una cena a casa di Emma a base di ostriche e di crostacei si annuncia la differenza profonda tra le due ragazze, la loro distanza sociale e culturale e l’orizzonte di senso a cui entrambe appartengono. Così a poco a poco, dopo l’epifania dei corpi, emerge incomprensibilmente, come nella vita, l’incepparsi della dinamica relazionale, le insicurezze cocenti, l’incomunicabilità dolorosa, l’ipocrisia, quella parte di invisibilità in cui ogni amante, un tempo centro del mondo, improvvisamente scompare per trasformarsi in uno sconosciuto, totalmente altro. L’altro volto della luna.

La donna blu perde interesse per Adele, così semplicemente se stessa e lontana da quel mondo in cui manipoli di intellettuali parlano di metafisica dei colori, di decorativismo klimtiano e che la vorrebbe simile a sé. Tutti gli amici di Emma, i suoi genitori e lei stessa sono quasi imbarazzati dalla semplicità della ragazza, dalla sua schiettezza, dall’assenza totale di velleità e dal quel suo amore così genuino per la vita.

E Adele, che coglie la sua lontananza da quel mondo, tradisce Emma avvertendo il suo stesso allontanarsi e portando con sé il dolore della colpa della fine di una relazione a cui lei sembra tenere molto di più che la pittrice. E’ anche per questo che Adèle stenta a dimenticarla, mentre lei si “compie” in una famiglia, continuando a coltivare quella parte “maledetta” che la fa essere un po’ più “artista”.

Forse Adele è davvero la sua musa. Un elemento naturale e pulsionale, più che reale. E forse il film è anche questo: una critica molto dura a quella ricca borghesia intellettuale, alla sua ipocrisia, alla difficoltà che ha di liberarsi da stereotipi, all’incapacità che ha di vivere relazioni e sentimenti genuini, di vivere, piuttosto che di rinserrarsi nei salotti.

Forse anche per questo in Adele l’aspetto perturbante della sessualità e della sensualità è così vorace, quasi come se lei conservasse un aspetto ancestrale che, non per niente, compare in tutti i quadri di Emma e che ci fa credere, o volere, che ci sia un capitolo 3°.

giusigualtieri

 

Blue Janet – Blue Jasmine


Blue Janet – Blue Jasmine

(Blu Jasmine, W. Allen, con Alec Baldwin, Cate Blanchett, Sally Hawkins,Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, dal 3 dicembre nei cinema)

Un bel film, completamente al di fuori degli schemi del cinema natalizio, e che consiglio di vedere proprio a Natale.

blue-jasmine-2

Sono uscita dalla sala con un senso di svuotamento e scontentezza. W. Allen fa un affresco lucido e realistico, senza alcun tipo di commento o di valutazione, della crisi dell’esistenza, della fine delle illusioni, della fine del mondo (di Janet-Jasmine). Jasmine (C. Blanchet), che in realtà si chiama Janet, è una ricca donna newyorkese sposata con un affascinante e ricchissimo uomo d’affari (A. Baldwin) che la vizia con costosi regali di ogni sorta, tradendola contemporaneamente. Quando alla fine scoprirà che il marito ha un’amante, il suo matrimonio finirà, trascinando con sé la sua vita lussuosa. È per questo che Jasmine si rifugia, distrutta economicamente, emotivamente a pezzi ed imbottita d’alcool e di psicofarmaci, a casa di Ginger (S. Hawkins), la sorella povera ed insignificante che vive, con due figli, a SF. Qui cerca di ricominciare, di dare sostanza alla sua vita, lavorando e cercando di capire che professione potrebbe riportarla a galla. Incontra così un ricco diplomatico che si innamora immediatamente della sua eleganza e dei suoi modi così aristocratici, da chiederle subito di sposarlo e di andare a vivere con lui. Ma Jasmine non ha detto la verità sulla propria vita, e, come accade spesso nei film di W. Allen, il caso è sempre all’agguato a ricordare quanto miserabili siano alcune esistenze.

Siamo chiamati così a doverci confrontare con l’incredibile causalità della nostra esistenza, di eventi che paiono sovrastare la nostra stessa responsabilità, come se fossimo agiti – anche quando decidiamo di compiere un’azione le cui conseguenze sappiamo terribili (è Jasmine che, preda della vendetta, denuncia il marito alla FBI) –, da una forza esterna.

Il film è certo privo di qualsiasi scandaglio interiore. Non c’è traccia di scavo psicologico, alcuna indulgenza o condanna per la/le protagoniste, e si può dire tutto incardinato sull’enfatizzazione dei contrasti e delle sproporzioni.

Quando Jasmine arriva a SF, è estrema l’inadeguatezza dei suoi abiti del suo portamento della sua eleganza della sua statura, con gli abiti l’andatura la statura della sorella. È estrema la sua difficoltà nel mondo di Ginger, in quella casa modesta, con i suoi amici bifolchi. Ma altrettanto goffa è l’eleganza di Jasmine commisurata alla sua totale incapacità di comprendere la vita, gli affetti, le relazioni, i valori. È in questo le due sorelle, nonostante la loro distanza culturale e sociale, si rivelano uguali.

Così, se l’estrema contrapposizione tra le due è uno dei leit motiv della pellicola, la loro differenza, così grottesca, nasconde in fondo una brutale identità. Jasmine e Ginger sono entrambe naive, estremamente instabili, prive di carattere, senza un quadro valoriale di riferimento. Entrambe perse nel mondo, diluite nei suoi codici, prigioniere dei suoi status. Entrambe egualmente incapaci di vivere, di costruire qualcosa di stabile, di gestire le proprie relazioni: l’una espressione nevrotica dell’autoaffermazione a tutti i costi; l’altra espressione giuliva dell’idiozia lasciva. La cosa più angosciante di questo film, così emotivamente fastidioso, è proprio il vuoto di queste due esistenze.

In questo è davvero senza pietà il ritratto che Allen fa della sproporzione tra esistente e vita. Entrambe queste donne, a prescindere della loro estrazione sociale, non hanno narrazione, non hanno trama alcuna a supportarle e, per questo, sono esposte e sottomesse al fato, in balia degli eventi. Come quando, dopo la disastrosa debacle del marito-Alec Baldwin, e il del tutto inaspettato fidanzamento con il diplomatico californiano, Janet-Jasmin va dritta incontro al suo destino: di fronte alla gioielleria in cui sta per comprare il suo anello, un uomo del suo passato le vomita in faccia tutta la verità e tutte le bugie della sua vita, mandando in rovina il suo secondo matrimonio.

giusi gualtieri

Paolo Virno – Motto di spirito e azione innovativa


fantastico sito. Ben ritrovato!

Ladri di Biblioteche

Motto di spirito e azione innovativa

Gli esseri umani sono in grado di cambiare il proprio modo di vivere, mettendo da parte vecchie regole e abitudini consolidate. Ma di quali requisiti si giovano per imboccare una direzione imprevista? Come avviene la rottura della condizione di equilibrio prevalsa fino a quel momento? In che cosa consiste una azione innovativa? Il libro di Virno cerca di articolare una “logica della creatività”, ossia mette a fuoco lo scarto logico-linguistico che permette di agire in quello che i giuristi chiamerebbero uno “stato di eccezione”.

View original post