Mese: luglio 2014

Assemblea Costituente, 7 Marzo 1947, Calamandrei


 

Queste le parole pronunciate da Calamandrei il 7 marzo 1947 all’Assemblea Costituente:

“Io mi domando, onorevoli colleghi, come i nostri postri tra cento anni giudicheranno questa nostra Assemblea costituente: se la sentiranno alta e solenne come noi sentiamo alta e solenne la Costituente romana, dove un secolo fa sedeva e parlava Giuseppe Mazzini. Io credo di sì: credo che i nostri posteri sentiranno più di noi, tra un secolo, che da questa nostra Costituente è nata veramente una nuova storia: e si immagineranno, come sempre avviene, che con  l’andar dei secoli la storia si trasfiguri nella leggenda, che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva della nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato tutto un popolo di morti, di quei morti, che noi conosciamo ad uno ad uno […] da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino a quei giovinetti partigiani, fino al sacrificio di Anna Maria Enriquez  di Tina Lorenzoni, nelle qual l’eroismo è giunto alla soglia della santità.

Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere : il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e difficile: quella di morire, di testimoniare con la resistenza e la morte la fede nella giustizia.

A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili e oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini, alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono i nostri morti. Non dobbiamo tradirli.

Pietro Calamandrei

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A proposito del patto del Nazareno


tratto dal Fatto quotidiano del 26 luglio 

Il giornalista del Fatto riferisce di alcune conversazioni avvenute a cena tra B. e i suoi l’altra sera in un ristorante del centro di Roma.

Ecco cosa dice, ad esempio, B. della riforma del Senato:

“Ma cosa volete che m’importi del Senato, quella è una cosa di Renzi, io il patto del Nazareno l’ho fatto per la giustizia e la legge elettorale. Se non c’è l’Italicum con i nominati io come vi riporto alla Camera?”. La risata generale è di sollievo.

Dal Condannato l’ennesima conferma che nel patto segreto del Nazareno c’è anche la riforma della giustizia da fare insieme al Pd di Matteo Renzi. È il terzo decisivo step previsto da un testo scritto e firmato dai due contraenti, lo Spregiudicato “Matteo” e il Pregiudicato “Silvio”. [..]

Ecco poi cosa si dicono Toti e Berlusconi alla stessa cena:

Toti: “Presidente così Renzi non lo fermiamo più. Sta occupando tutto, mettendo i suoi in ogni posto…”.

B. lo ha stoppato e ha iniziato questa analisi che il Fatto riporta in maniera testuale: “Renzi è un fuoriclasse, un grande comunicatore, è determinato, è cattivo. Con me ha preso degli impegni precisi. A me del Senato non importa nulla, lui si è impegnato con me sull’Italicum e sulla giustizia. E a me questo interessa. Sulla giustizia faremo insieme quello che io da solo non sono riuscito a fare. In ogni caso lo staneremo in autunno, sull’economia. Renzi non ha alternative a una manovra complessiva da trenta miliardi euro, Dove li prende i soldi? Deve mettere per forza le mani nelle tasche degli italiani, vedrete ci sarà il prelievo forzoso sui conti correnti”.

Il fatto quotidiano

Il Principe e la Costituzione


parte 2.

Il Senato Costituzionale

 

La proposta che fa Zagrebelsky è quella di un senato costituzionale, e cioè di un Senato che “si preoccupa, più che delle sue immediate fortune elettorali, dell’avvenire e di chi verrà dopo di lui”.

“Nella prospettiva costituzionalistica la provvista dei membri del Senato dovrebbe avvenire […] con l’elezione per una durata adeguata, superiore a quella ordinaria della Camera dei deputati, e con la regola della non rieleggibilità. […] A ciò si dovrebbero accompagnare requisiti di esperienza, competenza, moralità particolarmente rigorosi, contenute in regole d’incompatibilità e ineleggibilità misurate sulla natura dei compiti assegnati agli eletti”. Per soddisfare poi il principio del Senato federale, bisognerebbe eleggere, rispettando i criteri di cui prima un numero limitato di senatori per regione “due per regione, eletti dagli elettori delle Regioni stesse” “senza liste, listoni o listini che farebbero ancora una volta del Senato una propaggine del sistema dei partiti, con i condizionamenti e gli snaturamenti della loro funzione che ne deriverebbero. Questa, sì, sarebbe una novità perfettamente democratica e tale da inserire nel circuito politico energie, competenze, responsabilità nuove. Questo, sì, sarebbe un Senato attrattivo per le forze migliori del nostro Paese che il reclutamento partitico della classe politica oggi tiene ai margini”.

Oltre al pasticcio Renzi-Napolitano, l’altra ipotesi al vaglio del giurista è il rischio autoritarismo. Un rischio che periodicamente incombe sulle fragile istituzioni liberali della nostra Repubblica.

Il punto 10. L’Autoritarismo e la democrazia dell’uomo al comando

Il pericolo è dunque quello di involuzione autoritaria anzi padronale del nostro sistema politico.

Il quadro allarmistico è compostodalla marginalizzazione della seconda Camera, e dalle prospettive con cui si annuncia la riforma della legge elettorale, in vista di soluzioni fortemente maggioritarie e debolmente rappresentative, tali da configurare una democrazia di investitura “dell’uomo solo al comando, tanto più in quanto i partiti, da associazioni di partecipazione politica […] si sono trasformati in  appendici di vertici personalistici, e in quanto i parlamentari dal canto loro hanno scarse possibilità d’autonomia, di fronte alla minaccia di scioglimento anticipato e al rischio di non trovare più posto, o posto adeguato, in quelle liste bloccate che la riforma elettorale non sembra orientata a superare” (v. il patto del Nazareno).

La denuncia dunque veniva, e ancora viene, da quello che i giuristi chiamano un “combinato disposto”. La visione d’insieme è quella d’un sistema politico che vuole chiudersi difensivamente su se stesso, contro la concezione pluralisticapartecipativa della democrazia, che è la concezione della Costituzione del 1948. La posta in gioco è alta.

Per questo è giusto lanciare l’allarme”

V. Zagrebelsky

da “Gentile Boschi, le vostre riforme sono autoritarie”

 

 

 

Il Principe e la Costituzione.


 





Parte 1.

Finiva così l’analisi che Zagrebelsky ha pubblicato sul Il fatto quotidiano del 12-13 luglio scorsi rammaricandosi dell’assenza all’incontro organizzato da Boschi sulla riforma costituzionale del senato: “Della mia assenza ancora mi rammarico e mi scuso. Immagino che i tempi non saranno così stretti da impedire ulteriori confronti […]”.

E invece, a quanto pare, i tempi sono strettissimi. Il governo annuncia ogni giorno, minacciando anche di ricorrere alla ghigliottina, e pericolosamente, di voler realizzare entro l’8 agosto la riforma. Mentre Napolitano dal suo scranno incalza circa le necessità di non fermare il cammino delle riforme.

Rimando così innanzitutto alle due dense pagine del Fatto quotidiano in cui Zagrebelsky illustra con chiarezza le problematiche di questa riforma. Sono 10 i punti in cui sviluppa il problema del bicameralismo perfetto; il problema dei costi del Senato; quello della sua funzionalità collegato ai tempi del nostro attuale iter legislativo. Illustra anche la funzione che la seconda Camera dovrebbe avere e il Pasticcio a cui si va incontro con questo tipo di riforma.

Zagrebelsky spiega la differenza che c’è tra la prospettiva amministrativa – quella di Renzi-Napolitano – per la precisione, e la prospettiva “costituzionalista” – quella che è la più rispettosa del mandato costituzionale e dei tempi che corrono.

Il Conservatorismo del governo RENZI-NAPOLITANO-BERLUSCONI

La prima osservazione da fare è che le difficoltà del nostro iter legislativo riguardano più l’assenza di una solida maggioranza che un difetto giuridico. Questa assenza è dovuta alla “mancanza di logiche e sostanze politiche apprezzabili, meritevoli e coerenti” in quanto i partiti, piuttosto che “associazioni di partecipazione politica, secondo l’art. 49 della Costituzione”,  si sono trasformati in “appendici di vertici personalistici”.

Le democrazie rappresentative, inoltre, sono creature “dai tempi brevi, segnate da scadenze elettorali, durante le quali gli eletti per natura di cose umane cercano le rielezione cioè il consenso necessario per ottenerlo”.

L’attuale riforma del senato, e Renzi, dunque, è un conservatore, perché avalla logiche di sistema, quelle per intenderci che “per mantenere o migliorare le proprie posizione nel mercato elettorale, è disposto ad usare  tutte le risorse disponibili per ottenere il consenso immediato degli elettori”. Di seguito spieghiamo il perché.

RIFORMA AMMINISTRATIVA – Conservatrice – del senato

Dice Zagrebelsky:

“Da noi, il dibattito si è orientato pacificamente verso l’idea del Senato come organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, cioè – non essendo l’Italia una federazione, se non nel linguaggio politico compiacente – della Repubblica autonomista: non più Senato della Repubblica, ma Senato delle Autonomie”.

74 senatori proverranno dunque dalle Regioni.

Ma le nostre Regioni sono grossi apparati politico-amministrativi che riproducono (salvi, forse, i casi della Valle d’Aosta e della provincia di Bolzano) vizi e virtù dell’amministrazione e della politica nazionale: sono, in altri termini, delle articolazioni più o meno felici di quest’ultima. Se ciò è vero, che senso ha un Senato delle Autonomie, se non quello di ricondurre e rispecchiare al centro ciò che già il centro ha trasmesso alla periferia?

Che sostanza politica, nuova e diversa, quest’organo esprimerebbe?

Nessuna, se non eventualmente maggioranze dissimili da quelle politiche che si formano alla Camera dei deputati. Personale politico di partiti si troverebbe a operare qui e là, e il Senato delle Autonomie si risolverebbe in un segmento secondario d’un sistema politico unico che ha da risolvere al suo interno questioni di natura essenzialmente amministrativa, questioni che, comunque, troverebbero sbocco finale nel contenzioso costituzionale, come già succede ora (con le complesse procedure previste, il rischio è di ulteriore confusione). Si tratterebbe d’un organo di contrattazione di risorse finanziarie e porzioni di funzioni pubbliche, in una sorta di do ut des che già oggi trova la sua sede nelle due “Conferenze” paritetiche Stato-RegionieStato-Autonomie locali. Coloro che ragionano con tanta sicurezza di Senato delle Autonomie temo che assumano essere le “autonomie” qualcosa com’essi desidererebbero ch’esse fossero, ma che non sono. E, se sono quelle che sono, invece che quelle che si vorrebbe che fossero, il loro “senato” si riduce a ben poca e inutile cosa”.

 

V. Zagrebelsky sul Fatto quotidiano

Les dirigeants israéliens sont des fascistes par Albert Einstein, lettre adressée au New york Times en 1948


“I dirigenti israeliani sono dei fascisti per Albert Einstein”, ecco una lettea indirizzata al New york Times del 1948 e firmata, tra gli altri, anche da H. Arendt. La stessa filosofa che venne ostracizzata dalla comunità ebraica per la pubblicazione della “Banalità del male”.

Changement de société

einstein

A l’éditeur du New-York Times
New York, 2 Dec. 1948

Parmi les phénomènes politiques les plus inquiétants de notre époque, il y a dans l’Etat nouvellement créé d’Israël, l’apparition du “Parti de la Liberté” (Tnuat Haherut), un parti politique étroitement apparenté dans son organisation, ses méthodes, sa philosophie politique et son appel social aux partis Nazi et fascistes.

Il a été formé par les membres et partisans de l’ancien Irgun Zvai Leumi, une organisation terroriste d’Extrème-Droite et nationaliste en Palestine.

La visite actuelle de Menahem Begin, le chef de ce parti, aux Etats-Unis est évidemment calculée pour donner l’impression d’un soutien américain à son parti lors des prochaines élections israéliennes, et pour cimenter les liens politiques avec les éléments Sionistes conservateurs aux Etats-Unis.

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Renzi, questo sconosciuto.


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Per caso, oggi, mi è capitato di sentire questa affermazione di Renzi: (press’a poco diceva così) “Noi non ci faremo intimorire da chi vuole fermarci, perché chi vuole fermarci vuole fermare quel processo che ci vedrà i leader d’Europa”.

Cavoli! Quanti slogans facili facili da memorizzare elabora Renzi. Quasi quasi ci casco e gli credo.

Poi, sul Web, mi cade l’occhio sull’articolo di questo blog. E lo leggo…

Perry Anderson; The Italian Disaster

Renzi, dopo le dimissioni di Bersani, ha dominato le primarie per la leadership del PD, ha mandato via la vecchia guardia del partito rimpiazzandola ai vertici con i suoi seguaci e i fans della sua generazione. Ancora sindaco di Firenze, neanche membro del Parlamento, poteva contare sulla maggioranza dei deputati del PD e di un potere più reale di quello di Letta. Non ha sprecato tempo a dimostrarlo.
Berlusconi poteva essere un criminale condannato, ma non un paria, piuttosto l’interlocutore naturale del nuovo leader,
un politico che si era ritirato nell’opposizione anche se non era totalmente fuori gioco, essendo il capo del secondo partito del paese. La mossa successiva sarebbe stata arrivare ad un accordo con lui. Renzi, per questo, teneva discussioni confidenziali con Berlusconi. I due uomini avevano raggiunto un accordo sulla legge elettorale e sulla riforma costituzionale − che avrebbero voluto imporre al Parlamento nonostante nessuno dei due ne facesse parte – che avrebbe scalzato la maggioranza di Letta. E il Presidente del Consiglio? Con dei tweets, simile ad un adolescente che dissimula le sue intenzioni alla fidanzata che sta per scaricare, Renzi gli scrive: “Enrico stai sereno, nessun ti vuol prendere il posto”. Un mese dopo, “lo ha dimesso” e si è proclamato il più giovane primo Ministro d’Italia.

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Come la sua vittima, Renzi viene da un retroterra democristiano − suo padre era l’assessore comunale di un paese alle porte di Firenze. Sebbene per motivi di età, è cresciuto nel movimento cattolico degli scout e non come Letta nell’organizzazione della gioventù democristiana. La sua famiglia gestiva una ditta di marketing – uno dei cui clienti era La Nazione – e qui Renzi ha lavorato fino a quando non è entrato full-time in politica.

Dopo lo scioglimento della DC si è iscritto in uno dei partiti nato dalla sua dissoluzione, per poi passare nei centristi della Margherita e formare l’ala destra di quel PD in cui confluirono anche i reduci del comunismo italiano. All’età di 29 anni viene scelto dal partito per fare il presidente della provincia, una carica che successivamente denuncerà come fonte di spreco di denaro pubblico e che cercherà di abolire. In quel periodo ha sfruttato al massimo questo Ufficio costruendo un apparato di assistenti e dipendenti. Ha curato la sua immagine attraverso una serie di eventi mediatici organizzati da una società creata e controllata da lui stesso, organo propagandistico della Provincia, le cui spese incrementarono così tanto che la Corte dei Conti ha aperto un fascicolo per controllarne i debiti.

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Dopo cinque anni, è stato nominato dal PD come candidato sindaco di Firenze, una delle roccaforti del centro-sinistra in Italia. Nel plauso generale, ha chiuso il centro storico al traffico “dando una lucidatina” all’immagine turistica della città: i cittadini potevano esserne nuovamente fieri. Tuttavia, pochi i progressi nella riduzione dell’inquinamento atmosferico. Fuori dal centro, la situazione del traffico è peggiorata, le gestione dei mezzi pubblici è stata privatizzata malgrado l’opposizione dei sindacati. Così, dopo un’acclamazione iniziale come miglior sindaco d’Italia, la sua reputazione si è incrinata, in parte perché troppi dei risultati che lui vantava si sono rivelati vuoti. Ma sin dall’inizio lui mirava ad altro, guardava oltre Firenze. Aveva concepito l’attività municipale non come l’arena per l’agone locale, ma come il trampolino di lancio per il palcoscenico nazionale. Ciò che era prioritario erano spettacoli di altissima visibilità, eventi multimediali con celebrità da tutto il Paese, jamboree politico-culturali celebrate nella stazione Leopolda e blasonate ampollosamente con slogans tipo “Prossima fermata Italia”o ‘Big Bang’ ecc..: musica rock, video ad altissimo volume mentre uomini d’affari, attori, filosofi, musicisti, recitavano ritornelli alla folla che aspettava il gran finale del sindaco in persona. La posta in gioco era sempre l’immagine.

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Questo non sempre ha funzionato. Tipici di Renzi sono stati due tentativi di incassare soldi col nome-marchio degli artisti più illustri di Firenze. Sotto uno degli affreschi di Vasari in Palazzo Vecchio, egli assicurò il mondo intero che vi si trovasse La Battaglia di Anghiari di Leonardo e che, con un moderna tecnologia, l’avrebbe restituita all’umanità se solo avesse trovato i finanziamenti per le ricerche necessarie. Appoggiato da rumorose pubblicità, finanziato dal Comune, Renzi si è recato diverse volte negli USA, finché, dopo mesi sotto i riflettori dei media, tutto si è dissolto nel nulla. In un altro bluff, addirittura più vacuo del precedente, ha annunciato che avrebbe ricoperto la basilica di San Lorenzo con la facciata di marmo che Michelangelo aveva disegnato ma che non aveva mai visto la luce. Anche questo progetto ha fatto guadagnare a Renzi tanta pubblicità dalla stampa e in tv, prima che venisse ridicolizzato dagli storici d’arte.

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Sin da quando era presidente della Provincia, Renzi ha costruito una rete di relazioni con gli imprenditori locali. Il suo finanziatore principale era uno dei capi locali nell’edilizia, Marco Carrai, i cui interessi arrivano oltreoceano e che ha legami con l’Opus Dei. Una volta a Palazzo Vecchio, Renzi mise Carrai a capo della lucrosa attività di gestione dei parcheggi della città e dell’aeroporto, mentre Renzi abitava in un appartamento di Carrai a titolo gratuito – una sistemazione che è attualmente posta sotto l’interesse della Magistratura. Tre anni dopo, la sua campagna per le primarie del PD è stata finanziata da Big Bang Foundation per un ammontare di € 600.000. Tanti di questi finanziatori sono rimasti segreti. Renzi non badava certo a spese. Uno dei più grandi contributori era Davide Serra, il più importante hedge-fund manager il cui Algebris Investments ha anche una sede nelle isole Cayman. Serra è diventato il punto di riferimento di Renzi nel mondo della finanza e a Londra, dove risiede, ha dato in onore del candidato, durante la campagna elettorale, un banchetto a cui ha invitato l’élite bancaria milanese. A Firenze, la Cassa di Risparmio investiva in bonds della Algebris – senza dubbio è stata una pura coincidenza. Nel frattempo, la fidanzata di Carrai, una 26enne laureata in filosofia, diventa una delle curatrici della più importante mostra a Firenze di quest’anno: una trovata pubblicitaria sul legame forzato tra Michelangelo e Jackson Pollock per un ammontare di 375.000 euro. E dire che uno degli slogan favoriti di Renzi è: “La meritocrazia è l’unica medicina gli amici degli amici se ne fanno una ragione”.

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[…] I problemi dell’Italia deriverebbero, così, da uno Stato spendaccione e dall’ostruzione corporativistica del mercato, soprattutto – se non esclusivamente – dalla presenza dei sindacati. Questi dovrebbero essere smantellati. Il liberismo – libero-scambio di merci, incluso la terra e il lavoro – sarebbe dunque una dottrina non della Destra, ma di una sinistra illuminata la cui parola d’ordine dovrebbe essere innovazione, piuttosto che eguaglianza, a meno che questa non venisse propriamente intesa come carriera aperta ai talenti, soprattutto imprenditoriali. Blair sarebbe il leader che ha capito tutto questo e un modello di ispirazione per la politica di cui l’Italia avrebbe bisogno urgentemente. Il culto che Renzi ha di Blair riflette, da una parte, i limiti provinciali della sua cultura: chiaramente egli ignora che l’oggetto della sua ammirazione non osa mostrare la sua faccia in pubblico nel Paese che una volta ha governato. D’altra parte, però, gli è servito come biglietto da visita per il grande amico di Blair in Italia.

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Esistevano contatti informali tra Renzi e il centro-destra sin dall’inizio della sua ascesa a Firenze, dove la sua vittoria nelle primarie del PD − che non richiedeva alcun tesseramento al partito − contro un candidato molto più noto viene spesso viene attribuita a voti provenienti dal centro-destra. Durante tutto questo periodo Renzi cominciò ad avere contatti con un banchiere fiorentino, Denis Verdini − titolare della banca del Credito Cooperativo Fiorentino, crollata in seguito alle accuse penali che lo videro come protagonista − che, essendo un figura di spicco nell’organizzazione di Berlusconi in Toscana, sarebbe diventato uno degli interlocutore chiave del centro-destra. Quando era sindaco, infatti, Renzi visiterà Berlusconi nella sua villa di Arcore per una cena segreta. Un pellegrinaggio che divenne un tabù nel PD, e che venne rivelato solo dopo. Non è soltanto l’ammirazione per Blair e l’apprezzamento del valore dell’imprenditore, però, che ha unito i destini di questi due uomini. Berlusconi ha spesso spiegato che lui vede in Renzi una versione più giovane di se stesso: lo stesso talento, la stessa audacia e il fascino con cui lui aveva conquistato la nazione venti anni prima.

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Chiaramente, in fatto di stile politico i due hanno molto in comune.
Innanzitutto, l’autostima inattaccabile nella loro capacità unica di guidare il Paese. La personalizzazione della politica di Berlusconi è leggendaria. Renzi rappresenta se stesso con uno stile diverso, ma ad esso corrispondente. Durante i suoi tour per le primarie, i suoi manifesti elettorali hanno bypassato ogni tipo di riferimento che non fosse alla sua persona. C’era scritto soltanto: “Matteo Renzi Ora”, come con Silvio, bastava questo. È questa fiducia in se stessi che solleva questi due uomini al di sopra dei dubbi e degli scrupoli che affliggono i loro pari. Le loro tattiche spietate differiscono in quanto a forma. Anche se, come politici, condividono questa capacità di non fermarsi davanti a niente, giustificandosi con due convinzioni: che solo loro possono compiere ciò che è necessario fare in quel momento, e che solo loro godono di un rapporto speciale con gli elettori – non tutti gli Italiani, certamente, ma coi migliori che sono la maggioranza della Nazione e che investono le loro azioni di una legittimità incontestabile. Entrambi, naturalmente, sono improvvisamente comparsi nel pieno di quelle crisi che hanno screditato radicalmente l’ordine politico della Repubblica promettendo un nuovo inizio.

Questi sono paralleli ovvi ma ci sono anche differenze, delle quali quattro sono le più significative. Berlusconi è entrato in politica a capo di un impero commerciale, utilizzando la sua vasta fortuna per proteggere i propri interessi […] Renzi, invece, è una creatura puramente politica. La sua ascesa ha forse lasciato dietro di sè un fetore – pecunia non olet quasi quasi non è vero. Anche se i soldi, sia quelli di dubbia provenienza e non, qui non sono un fine, ma un mezzo. Il suo obbiettivo è il potere. Il suo possesso.

Tradotto da Mr Wicket.

Perry Anderson; The Italian Disaster.

http://italianaffairsblog.wordpress.com/2014/05/20/perry-anderson-the-italian-disaster-2/

A proposito del TISA. Ovvero “Come il capitale domina la politica”


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La borghesia si è conquistato il dominio politico esclusivo nel moderno Stato rappresentativo. Il potere politico moderno non è altro che un comitato, il quale amministra gli affari comuni della classe borghese nel suo complesso” (K. Marx F. Engels, Il Manifesto del partito comunista)

Su Internazionale di Venerdì scorso è apparso un articolo di S. Žižek dal titolo: Come il Capitale domina la politica.

Il TISA, trattato sugli scambi di servizi che prosegue l’altra serie di trattati economici, rigorosamente segreti, sul libero scambio (l’ISDS e il TTIP), coinvolge 50 Paesi e gran parte degli scambi mondiali nei servizi. “Stabilisce, cioè, le regole che favorirebbero l’espansione delle multinazionali finanziarie in altre nazioni, eliminando le barriere restrittive” e vietando una necessaria regolamentazione dei servizi finanziari.

Oltre al fatto che la crisi scoppiata nel 2008 è stata una conseguenza proprio dell’assenza di regole, cade subito l’occhio sull’altra grande oscenità del TISA: la sua segretezza, relativa all’atto della sua stesura e ai 5 anni successivi alla sua entrata in vigore. Complice di questa operazione, come ricorda Žižek, la Stampa, che ha dato questa notizia distrattamente come se non avesse rilevanza alcuna.

il problema è che se il TISA entrerà in vigore – come d’altronde se l’ISDS entrerà in vigore – “le conseguenze globali” saranno  dirompenti perché travolgeranno come un fiume in piene l’ossatura legale del mercato mondiale lo stato di diritto e i diritti dei lavoratori e dei consumatori.

“Un secolo e mezzo fa, nel Capitale, Karl Marx definiva lo scambio di mercato tra lavoratore e capitalista come “un vero Eden dei diritti naturali dell’uomo dove regnano solo Libertà, Uguaglianza, Proprietà e Jeremy Bentham. Per Marx l’aggiunta del filosofo dell’utilitarismo egoista è la chiave del vero significato della libertà e dell’eguaglianza nella società capitalistica” (Žižek). Ma la libertà del Capitale, è chiaro, è solo quella di cui si gode all’interno dei rapporti borghesi di produzione ed è quindi strettamente riferita al rapporto di compra-vendita. “Oggi possiamo dire di avere la libertà, la democrazia e il TISA: libertà significa libero flusso di capitali e dati personali e finanziari”, e “la democrazia?”, si chiede Žižek?

Seguendo l’analisi marxiana, il presente Stato di diritto, per intenderci quello che è nato dalla rivoluzione francese e diventato poi il prototipo dello stato borghese, e cioè lo stato costituzionale, liberale, parlamentare, rappresentativo ecc. è il modello teorico del rispecchiamento ideologico capitalistico. Marx dice chiaramente nel Manifesto che “lo Stato borghese è un comitato d’affari del Capitale”. Oggi quest’analisi si sta rivelando una previsione soprattutto quando la fine dell’Unione Sovietica è come se avesse neutralizzato e destituito di qualsiasi valore tutti quei diritti acquisiti nello stato sociali che sono stati il  frutto delle rivolte e proteste operaie. Caduto il muro di Berlino la “democrazia” perde quel volto (sociale) per appiattirsi sulla democrazia liberista capitalista che è sì quella della compre-vendita. E se si pensa al volto sociale degli USA, diventa chiaro di cosa si sta parlando: la libertà degli statunitensi è la libertà di consumare.

All’epoca dell’ISDS e del TTIP e del TISA la democrazia sta diventando quella di cui parla Hans Tietmeyer, governatore della Bundesbank, che dice di preferire “il plebiscito dei mercati globali” al “plebiscito dell’urna elettorale” (Žižek). E’ una “democrazia che sceglie di fissare segretamente e senza un dibattito, le coordinate per il dominio incontrastato del capitale” e in cui “lo spazio per le decisioni dei politici eletti democraticamente viene limitato” (Žižek).

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TISA, ISDS, TTIP e gli illustri precedenti: i 14 Punti di Wilson La Carta

Atlantica e gli Accordi di Bretton Woods

 

Sembrerà strano, ma la democrazia parlamentare costituzionale che noi conosciamo è un modello teorico dell’ideologia capitalistica. La Grande Democrazia Statunitense personifica chiaramente questa proporzione.

Basti pensare alla storia del XX sec. per riconoscere come i recenti  TTIP ISDS e TISA siano solo gli ultimi di una serie di trattati realizzati al solo scopo di proteggere l’economia capitalistica – prima nazionale statunitense ora sovranazionale o multinazionale – dopo la comparsa dello spettro comunista.

Gli USA entrano nella 1° guerra mondiale sventolando i 14 punti di Wilson (proprio mentre i bolscevichi in URSS davano inizio al più drammatico esperimento del comunismo reale) in nome della democrazia e del libero commercio.

Questi 14 punti sono il primo manifesto (come Antonio Gramsci intuì analizzando il nuovo ordine mondiale nato a Versailles) di un economia-mondo contro un’altra (il capitalismo statunitense contro il comunismo sovietico).

Qualche decennio dopo, nel 1941, La Carta Atlantica stilata per entrare in guerra contro il nazifascismo sposava nuovamente, ispirandosi ai 14 punti, democrazia e libero mercato.

Essa venne firmata da Churchill e Roosevelt, e su questa alleanza vennero poi sottoscritti i trattati di Bretton Woods del successivo 1944, dove, ancora una volta, venivano ribaditi i principi del libero commercio e dei liberi scambi e dei liberi mari.

Oggi, dopo il collasso economico-politico sovietico, il Capitale globale e gli USA in primis sono pronti a stilare nuovi Trattati sul libero scambio oramai assolutamente sciolti da qualsiasi vincolo. Anche da quei vincoli su cui le democrazie sociali dell’Europa (quella italiana, quella francese, quella Tedesca, quella belga, quella svedese ecc….) , le nostre democrazie cresciute sì all’ombra dei soldi statunitensi, ma nutrite da anni di lotte sociali e di ideologie di sinistra, hanno incardinato 50 anni di storia.

gg

 

Il TISA


no au commerce des services publics

IL TISA (Trade Services Agreement, Accordo

Sugli Scambi Di Servizi) del 19 giugno 2014

Il 19 giugno Wikileaks ha reso pubblica la bozza segreta dell’allegato sui servizi finanziari del TISA, Accordo sugli scambi di servizi.

Dalla stesura dell’ISDS (Investor State Dispute Settlement)  ovvero di un Accordo in materia di dispute tra privato e stati, e del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership)  – vedi gli articoli sotto –,  il Capitale globale continua a marciare seguendo questi stessi termini e obbiettivi  operativi: massima segretezza per tenere all’oscuro i Parlamenti sovrani dei termini e degli accordi; e deregolamentazione del mercato con conseguente cancellazione dei vincoli e limiti che, altrimenti, salvaguardano i diritti dei cittadini.

Di seguito allego il testo comparso sul sito di Wikileaks che spiega succintamente che cos’è il TISA.

Today, WikiLeaks released the secret draft text for the Trade in Services Agreement (TISA) Financial Services Annex, which covers 50 countries and 68.2%1 of world trade in services. The US and the EU are the main proponents of the agreement, and the authors of most joint changes, which also covers cross-border data flow. In a significant anti-transparency manoeuvre by the parties, the draft has been classified to keep it secret not just during the negotiations but for five years after the TISA enters into force.

Despite the failures in financial regulation evident during the 2007-2008 Global Financial Crisis and calls for improvement of relevant regulatory structures, proponents of TISA aim to further deregulate global financial services markets. The draft Financial Services Annex sets rules which would assist the expansion of financial multi-nationals – mainly headquartered in New York, London, Paris and Frankfurt – into other nations by preventing regulatory barriers. The leaked draft also shows that the US is particularly keen on boosting cross-border data flow, which would allow uninhibited exchange of personal and financial data.

 

 

Secret Trade in Services Agreement (TISA) – Financial Services Annex

2014-06-19      https://wikileaks.org/tisa-financial/  sul sito potrete trovare l’intero documento.

Il capitale


“Fino alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, il pericolo del sorpasso comunista agiva da occulto calmieratore delle classi dirigenti perché la sofferenza e l’ingiustizia sociale potevano alimentare una canalizzazione politica del dissenso e dare vita ad un’alternativa di sistema” (Scarpinato-Lodato). E’ come se esistesse un altrove politico possibile, almeno ideologicamente in grado di incidere sulla elaborazione di un progetto politico alternativo. “La progressiva costruzione di uno stato sociale che ha garantito anche agli ultimi un portafoglio sociale costituito da una pluralità di diritti: il lavoro a tempo indeterminato, la sanità, la scuola, la pensione eccetera.

il pericolo rosso improntava anche i rapporti tra economia e politica. il grande capitale aveva bisogno della politica non solo per ottenere commesse, appalti pubblici e regolazioni di settore favorevoli, ma anche per svolgere un’importante funzione di mediazione sociale.

La fine del comunismo ha fatto venir meno questo calmieratore. L’impossibilità di un’alternativa e l’irrilevanza della classe operaia nell’economia post-industriale globalizzata hanno provato di sbocchi politici l’antagonismo sociale, disarticolandolo. il primo ad accorgersene è stato proprio il grande capitale che ha sempre meno bisogno della politica per realizzare i propri interessi.

Se nell’economia industriale il capitale era legato a un territorio, a una fabbrica e quindi era costretto a una mediazione affidata ai professionisti della politica, oggi quel capitale è libero da ogni vincolo territoriale”.

(Scarpinato, Il ritorno del principe)

A proposito di “Come il capitale domina la politica”, di S. Zizek

La borghesia si è conquistato il dominio politico esclusivo nel moderno Stato rappresentativo. Il potere politico moderno non è altro che un comitato, il quale amministra gli affari comuni della classe borghese nel suo complesso” (K. Marx F. Engels, Il Maifesto del partito comunista)