FILO-SOFIA

Il rapporto tra filosofia e argomentazione – di Paolo Vidali


 

1. Una definizione di filosofia

Che cos’è la filosofia e in che senso essa si correla all’argomentazione più che ad ogni altra forma di ragionamento?

Partirei da una citazione

Il principale interesse della filosofia è mettere in questione e comprendere idee assolutamente comuni che tutti noi impieghiamo ogni giorno senza pensarci sopra. Uno storico può chiedere che cosa è accaduto in un certo tempo del passato, ma un filosofo chiederà “Che cos’è il tempo?”. Un matematico può studiare le relazioni tra i numeri, ma un filosofo chiederà “Che cos’è il numero?”. Un fisico chiederà di che cosa sono fatti gli atomi o che cosa spiega la gravità, ma un filosofo chiederà come possiamo sapere che vi è qualche cosa al di fuori delle nostre menti. Uno psicologo può studiare come i bambini imparano un linguaggio, ma un filosofo chiederà “Che cosa fa in modo che una parola significhi qualche cosa?”. Chiunque può chiedersi se è sbagliato entrare in un cinema senza pagare, ma un filosofo chiederà “Che cosa rende un’azione giusta o sbagliata?””

T. Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia, Milano, Mondadori 1989, pp. 6-7.

I filosofi hanno definito la filosofia in molti modi diversi: quello di Thomas Nagel, un filosofo del nostro secolo, ha il merito di mostrare la natura instabile di questa disciplina, che si interroga su che cosa si nasconde dietro le nostre parole più usate e i nostri concetti più comuni. La filosofia nasce da questo “meravigliarsi” di fronte all’ovvio. Ma non ogni domanda è una domanda filosofica.

Ciò su cui da sempre la filosofia indaga sono le domande fondamentali quali, per esempio, che senso ha vivere, quando un’azione è buona, se esiste una verità, che cos’è la bellezza… Si tratta di questioni generali, proprie di ogni persona e di ogni tempo, non limitate ad una situazione specifica o ad un aspetto particolare.

Eppure non è solo la filosofia a porsi tali domande generali. Anche le religioni affrontano questioni dello stesso tipo: da dove veniamo? dove andiamo? esiste qualche cosa oltre l’apparenza di ciò che vediamo?… Anche la letteratura pone, in casi esemplari, le stesse questioni di fondo e offre delle risposte. La differenza è nel modo di trovare le risposte: la filosofia utilizza solo la razionalità, indagando, argomentando, criticando con le sole armi della ragione, senza presupporre nessun atto di fede.

Ciò in cui propriamente consiste l’indagine filosofica è porre problemi generali per poi affrontarli razionalmente. In questo, senza dubbio, la filosofia è simile alle scienze per il modo razionale in cui affronta le proprie questioni. La differenza è di fase. Anche nelle scienze vi sono delle fasi in cui i principi sono messi in discussione e qualcosa di nuovo sta prendendo forma. Per questo anche nel mondo della scienza, in fasi di mutamento delle matrici disciplinari, anche gli scienziati fanno i filosofi.

Proprio della filosofia, e di tutti i saperi scientifici in certi momenti della loro evoluzione, è la capacità di mettere in questione razionalmente i principi. Per questo diciamo che solo la filosofia discute sul fondamento, perché sospende e valuta le condizioni di possibilità di ciò che viene ritenuto vero.

Ma questa attività è possibile sono usando la ragione in un certo modo. Particolare. Tecnicamente diverso. E’ il modo dell’argomentazione, in cui alcuni aspetti vengono comunque assunti come veri e validi, ma molte delle premesse vengono messe in discussione. Solo così si può discutere di razionalità ragionando, di linguaggio parlando, di tempo vivendo… Solo con questo approccio, tipicamente filosofico, possiamo indagare il bordo, la cornice, il principio e, in fondo, il limite della nostra esperienza. La filosofia usa per questo la ragione argomentativa. E questa competenza le è propria.

2. Che cos’è un ragionamento argomentativo?

Vi sono ragionamenti dimostrativi, o dimostrazioni (A implica B, ma A, quindi B) in cui le premesse sono assunte come vere e l’inferenza è necessaria.

Vi sono ragionamenti argomentativi, che inferiscono necessariamente ma a partire da premesse che sono suscettibili di discussione (se la ricchezza determina la felicità, e Carlo è ricco, allora Carlo è felice).

Vi sono poi ragionamenti argomentativi in cui la discussione non verte sulle premesse ma sulla stessa inferenza (Poiché in Italia si è introdotta la legge che permette il divorzio, aumenta il numero di matrimoni che falliscono). In questo caso, infatti, le premesse sono indubbiamente vere ma non è detto che una legge produca l’effetto che regolamenta: è l’inferenza ad essere discutibile.

Infine vi sono ragionamenti errati, detti anche fallacie (Se sono a Roma, allora sono in Lazio. Sono in Lazio, perciò sono a Roma). In questo caso, propriamente un’“affermazione del conseguente”, il ragionamento va denunciato nel suo errore e la sua conclusione va comunque rigettata.

La dimostrazione è il ragionamento tipico delle scienze, specie delle scienze formali: la logica, la matematica e, in misura minore, le scienze naturali ne fanno largo uso. Ma, si noti, è un contesto di ragionamento in cui le premesse sono assunte senza ulteriore discussione critica. Le scienze usano la dimostrazione proprio perché non discutono, per lo più, le premesse assunte. Ovviamente ciò non accade sempre.

Il secondo tipo di ragionamento, quello argomentativo, è enormemente più diffuso: è l’approccio tipico di situazioni in cui esistono margini di incertezza. E’ il ragionamento del dibattito pubblico, della scelta politica, della decisione etica, dell’analisi su passaggi controversi, della indagine su problemi complessi. Ma è anche, quello argomentativo, il tipo di ragionamento con cui si saggia la tenuta dei principi, delle premesse, delle verità assunte ma anche discusse.

Per questo l’argomentazione è il ragionamento tipico dell’ambito filosofico, non meno che dell’ambito quotidiano. Essa ricorre ai ragionamenti argomentativi per giustificare le proprie tesi, muovendosi in quel campo in cui il ragionare dimostrativo non è possibile perché i principi non sono ancora assunti e accettati, perché le inferenze non sono ancora del tutto codificate o perché le premesse sono solo opinabili e quindi vanno rinforzate con la discussione e il consenso.

3. Come una conclusione

In filosofia non vi è spazio per procedimenti dimostrativi che pretendano di derivare conseguenze vere da premesse vere. In filosofia la giustificazione deve seguire un movimento più complesso, perché le premesse, come ogni tesi, sono sempre criticabili.

Per farlo non esiste una procedura definita: il problema, il contesto storico, la sua intelligenza spingono il filosofo a scegliere alcuni argomenti rispetto ad altri, per articolarli in una strategia di giustificazione. Il filosofo, in fondo, agisce come fa l’artigiano che costruisce un tavolo seguendo le nervature del legno, la resistenza del materiale, lo stile del tempo, il gusto del committente e la propria, irrinunciabile fantasia.

Hegel ricordava che la filosofia non ha il vantaggio delle altre scienze, che possono presupporre i propri oggetti e dare per acquisito un metodo. Essa deve cercare i propri principi e le proprie strategie sapendo che sempre gli uni e le altre possono venire messi in discussione.

Questa discussione può, e forse deve, diventare il modo più semplice per fare filosofia.

quali virtù per la cittadinanza


CITTA’ e CITTADINANZA.

In una visione utopistica, noi sappiamo già che cos’è la città. Essa non è solo il luogo fisico all’interno del quale vivere, ma è anche un luogo spirituale culturale giuridico etico morale che ispira e dà forma, buona forma, alla vita comune, affinché i singoli nella comunità raggiungano la felicità ed il bene-essere.

La politica è “l’arte”, la technè, che si occupa di strutturare ed organizzare e fondare al meglio questo vivere insieme.

I vari modelli utopistici da voi studiati, benché differenti, seguono uno stesso impianto: dalla descrizione della struttura urbanistica – non indifferente se pensate oggi ai problemi che le città devono affrontare relativamente ai trasporti, alle aree verdi, all’edilizia, ai servizi ­– alla forma del governo, al Welfare state – la comunità e la città che provvede alla sanità, all’istruzione – fino a precetti e regole igienico alimentari – che anche se possono sembrare un po’ risibili nei contenuti, se solo pensiamo a quante emergenze alimentari ci sono oggi nel mondo consumistico, a quanti disturbi alimentari anche, o a tutte quella serie di norme igienico sanitarie con cui dovremmo implementare le normative (l’uso dei cellulari, l’inquinamento elletromagnetico ecc…), risultano forse più importanti ­– e ai costumi morali credenze religiose e quant’altro. Tutte ritengono fondamentale almeno una virtù, che a seconda se parliamo dei solari, dei bensalemiti o degli utopiani, pongono come precetto per fondare una società giusta.

La virtù, dunque, da quanto voi avete letto, è uno strumento, o lo strumento migliore, per il raggiungimento del fine preposto. Se una società si propone il bene, la felicità o il piacere, ad esempio, la virtù diventa lo strumento per il raggiungimento di questo fine che, si capisce, è di ordine politico.

Il tema del Saggio di filosofia è: quale virtù per la cittadinanza.

Ebbene, chiarito sommariamente cosa sia la virtù, chiariamo cosa sia la cittadinanza. Essa è il luogo fisico e giuridico che delimita i diritti e i doveri che formano il buon cittadino.

Essendo definita come un insieme ampio e differenziato di diritti che sono civili politici e sociali, qui di seguito vi ho riportato la griglia che li classifica

Diritti civili Diritti politici Diritti sociali
Tutte le libertà individuali (libertà di parola, di pensiero, di coscienza, di diritto alla proprietà…) L’esercizio del diritto politico (dal voto all’eleggibilità alle cariche) Lavoro, cure mediche, istruzione assistenza ….

L’idea sarebbe questa dunque, ideare una città utopistica, magari – ma solo perché voi avete già letto di questi modelli  – e poi stabilire quale debba essere la virtù che fa sì che quella città funzioni.

Vi riporto qui di seguito un tipo di argomentazione e di saggio di filosofia: quello che Aristotele fa nell’Etica Nicomachea.

LA PREMESSA MAGGIORE, per così dire, è stabilire se la natura dell’uomo è socievole, politica o a-sociale, se cioè l’uomo è lupus per l’altro uomo o se piuttosto egli sia costituito intersoggettivamente. stabilire questo vi permette di dedurre coerentemente se credete nella possibilità di fondare una comunità (fondata su valori condivisi) o una società (i cui soci stringono un contratto in base ai cui principi regolare la propria esistenza comune)

1)       Stabilisce quale sia il fine dell’uomo. IL BENE

2)       Poi stabilisce che del bene dell’uomo se ne occupa la politica. Perché IL BENE DELLA COMUNITà E DI INTERE CITTà è MIGLIORE DEL BENE DI UN SINGOLO

3)       Poi stabilisce quale sia il fine della della politica.  LA FELICITA

4)       Ora si dà che per Aristotele la felicità stia nell’esercizio specifico della funzione dell’uomo: che è la razionalità (Aristotele argomenta così: “Se la funzione propria dell’uomo è un certo tipo di vita, e funzione propria dell’uomo di valore attuarle bene e perfettamente, se così è il bene dell’uomo consiste in una’attività dell’anima secondo la sua virtù, e se le virtù sono più di una, secondo la migliore  e la più perfetta”, p. 67

5)       Aristotele poi distingue le virtù etiche (liberalità e temperanza) da quelle dianoetiche (sapienza, giudizio e saggezza).

Nel II libro dell’etica procede all’esamina della virtù

6)       Stabilisce prima di tutto come si consegue una virtù. Tramite l’abitudine e dunque l’educazione. Ciò significa che  “il legislatore  stesso rende buono il cittadino creando in loro buone abitudini, e questo è il disegno di ogni legislatore, e coloro che non lo effettuano adeguatamente sono dei falliti; in questo differisce una costituzione buona da una cattiva”, EN, p. 87. SONO LE AZIONI, CHE CONSOLIDANO LE ABITUDINI, A DETERMINARE IL BUON CITTADINO.

7)       BISOGNA AGIRE DUNQUE IN MODO TALE DA EVITARE SIA L’ECCESSO SIA IL DIFETTO. Il giusto mezzo, l’equilibrio.

8)       Le virtù sono disposizioni dell’anima, esse ci determinano a comportarci bene  o male. Ad esempio rispetto all’ira, se ci adiriamo debolmente o violentemente ciò dipende dalle nostre disposizioni. Le virtù sono disposizioni a scegliere il giusto mezzo. La virtù è ciò che mette qualcosa in un buono stato per permettergli di compiere bene la sua funzione. La virtù etica  è dunque una medietà.

9)       Tra tutte le virtù, la più importante è senza dubbio la giustizia, da intendere proprio come criterio di medietà di cui ogni altra virtù partecipa, motivo per il quale la giustizia coincide, secondo Aristotele con la virtù nella sua globalità.

LA GIUSTIZIA

LA GIUSTIZIA IN GENERALE LA GIUSTIZIA (come rispetto dell’eguaglianza) L’EQUITA’ GIUSTIZIA E RESPONSABILITA’
essa è la disposizione di chi ubbidisce alla legge e di chi non cerca di avere di più degli altri, ma persegue l’uguaglianza. ciò significa che l’ingiustizia in generale riguarda “il piacere di acquisire qualcosa al di fuori di ogni ragionevole misura GIUSTIZIA DISTRIBUTIVAEssa consiste nel distribuire beni uguali a persone uguali GIUSTIZIA  CORRETTIVACorregge gli eccessi e i difetti per ripristinare l’equità Il giusto e l’equo appartengono allo stesso genere. Ma l’equo è superiore, perché è un correttivo del giusto legale: esso, infatti, adegua la legge, che è sempre universale, al singolo caso particolare quando questo non è stato previsto dalla norma stabilita dal legislatore. L’uomo equo è quello che sa correggere l’inevitabile approssimazione della legge, ragolandosi nella situazione concreta secondo lo spirito del legislatore. La responsabilità qui viene intesa come capacità di rispondere  delle proprie azioni. Il latino rispondere implica un patto, una convenzione, un trattato, il che significa che la responsabilità è il rispondere di qualcosa di pattuito, e quindi di assicurare circa il peso che le nostre azioni compartano. Essa implica quindi un calcolo riguardo al futuro. Secondo Aristotele l’atto responsabile è quell’atto  compiuto dopo una deliberazione che tiene in conto le possibili conseguenze.

Un’altra forma del tutto particolare di giustizia è l’amicizia, altrettanto necessaria tra i membri di una società quanto la giustizia. Quando amicizia e giustizia regnano in una città, possiamo parlare di concordia (nota l’assonanza tra il concordare e il rispondere di cui prima). Come dire, concordia responsabilità e giustizia con amicizia partecipano di quell’idea di equilibrio e di giusto mezzo in cui consiste la virtù stessa.

L’AMICIZIA LA CONCORDIA IL DONO
L’amicizia è una virtù e cioè un particolare tipo di comportamento nei riguardi degli altri uomini fondato su una libera scelta.Possiamo dire che essa  una forma di giustizia in quanto si basa sull’uguaglianza degli amici o sullo sforzo costante di mantenere questa uguaglianza. Essa consiste in una comunanza e in quanto tale non può che esser anch’essa alla base di una comunità che, vivendo insieme, ha in comune condivisione, diversi beni a seconda del grado di intimità di essi.L’amicizia che esiste tra i cittadini si chiama concordia, cioè una sostanziale identità di vedute e di interessi comuni, e nell’unanime impegno a mettere in esecuzione le deliberazioni della comunità politica. Tra amici si scambia il dono. Il dono è gratuito, sempre, ma implica una tacita reciprocità. Una reciprocità che nasce dal piacere stesso di donare all’altro ricambiando l’attestazione di valore e di amicizia che si è avuta. Colui che riceve il dono è infatti sufficiente che contraccambi secondo le sue possibilità, anche se non può eguagliare il valore del dono ricevuto. Spesso non ci sono servigi o somme di denaro da eguagliarne i valorisul dono vi indico questo link: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=38607

Quali potrebbero essere i limiti dell’impostazione Aristotelica?

Il primo è quello relativo al suo comunitarismo. Molto vicino se ci pensate alle utopie del ‘500, la città di cui parla Aristotele è una città comunità chiusa. Come potrebbe viverci  lo straniero che non fa parte della nostra cerchia?

è per questo che le etiche del dovere hanno cercato di elaborare teorie generali circa i giudizi in grado di valutare singoli comportamenti morali tentando di dare una concezione più o meno assoluta del giusto e dell’ingiusto.

Rispetto a questa teoria si ritiene che ciascun uomo in quanto libero soggetto morale è inevitabilmente protagonista di decisioni etiche  ed è in qualche modo portatore di certi doveri – compiendo qualche azione o omettendone altre ­– che si propongono come assoluti, e che dunque esigono di essere rispettati senza particolare riguardo alle conseguenze che possono scaturire. Questo è quello che possiamo definire formalismo che coincide con la formula “tu devi!” e agisci in modo tale che la tua massima possa valere come una legge universale (il principio di universalizzabilità). Proprio a partire da questa esigenza di formalismo APEL inventa l’etica della comunicazione o etica del discorso che muove dalla considerazione che nel momento in cui si comunica con qualcuno ogni uomo necessariamente riconosce come universali alcuni principi logici (o del discorso, o dell’argomentazione). Ebbene questi principi logici sono fondamento dell’etica perché il dialogo diventa così apertura all’altro, e dialogare con l’altro presuppone un riconoscimento reciproco di tutti i membri come partner di egual diritto nella discussione. Apel sostiene che norme morali fondamentali sono da sempre riconosciute: esse sono la giustizia cioè l’eguale diritto per tutti: inoltre la formula della solidarietà, come quella del reciproco appoggio e della co-responsabilità.

Bene, secondo Apel, appartenere ad una comunità della comunicazione significa rispettare tutta una serie di doveri non già astratti, bensì intesi come ideale di un indefinito e progressivo ampliamento della comunità possibile dei parlanti.

Sempre all’interno di un’etica del dovere, RAWLS afferma che ciò che deve essere dovere di ognuno è perseguire la giustizia da intendere questa come equità e cioè come equa distribuzione dei beni essenziali. Il vero grande problema della filosofia politica è costituito, secondo John Rawls, non dalla ricerca del bene comune, ma da un’adeguata nozione di giustizia e da un’altrettanto adeguata procedura per comprendere come le nostre istituzioni possono essere più giuste. L’insistenza sulla priorità della giustizia è al centro della nota critica di Rawls all’utilitarismo, che volendo a tutti i costi massimizzare la felicità comune, semplice somma delle felicità individuali, può giungere a considerare legittima, in certi casi, la violazione di alcune libertà fondamentali.  Già nelle prime pubblicazioni a metà degli anni cinquanta Rawls inizia ad elaborare la nozione che più lo ha reso noto, vale a dire il concetto di posizione originaria; tuttavia tale nozione arriva alla propria formulazione più matura soltanto in Una teoria della giustizia del 1971. La procedura più adeguata per individuare dei principi fondamentali di giustizia che siano equi, afferma Rawls, consiste nel compiere un esperimento mentale di questo tipo: immaginiamo che un gruppo di individui, privati di qualsiasi conoscenza circa il proprio ruolo nella società, i propri talenti, il proprio livello intellettuale e culturale, le proprie caratteristiche psicologiche e i propri valori, dovesse scegliere secondo quali principi di fondo deve essere gestita la società in cui vivono. Tali individui sarebbero in una posizione originaria e sotto un velo d’ignoranza.
Ebbene, in condizioni simili, sostiene Rawls, anche se fossero totalmente disinteressati gli uni rispetto alla sorte degli altri, le parti sarebbero costrette dalla situazione a scegliere una società gestita secondo criteri equi. Dice Rawls: ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri ed in secondo luogo che le ineguaglianze economiche e sociali sono ammissibili soltanto se sono per il beneficio dei meno avvantaggiati. Quest’ultima affermazione è alla base del principio di differenza, secondo cui le ineguaglianze in termini relativi tra i membri della società sono giustificate se comportano un beneficio, in termini assoluti, anche per i meno avvantaggiati. Ciò porterebbe ad un risultato equo: nella società nessuno avrebbe né troppo, né troppo poco.

Il tentativo rawlsiano di giungere a dei principi di giustizia attraverso una formulazione deduttiva ha suscitato grande ammirazione ma anche molte critiche; tra queste ricordiamo:

  1. I comunitaristi come Michael Sandel sostengono l’impossibilità di concepire gli individui come astrattamente sradicati dai loro valori, dalle loro tradizioni e dall’appartenenza a una comunità;
  2. I libertari come Robert Nozick pongono l’accento sulle eccessive restrizioni alla libertà individuale imposte dalle esigenze egualitarie del secondo principio;
  3. Susan Okin ha sottolineato la mancanza di attenzione verso istituzioni come la famiglia e verso forme di ingiustizia e discriminazione estranee all’ambito delle costrizioni della legge, affermando innanzi tutto la necessità di porre anche il genere (sesso) dell’individuo sotto il velo di ignoranza della posizione originaria.

Ed ecco che, nel tentativo di 1) rivalutare la persona, nella completezza delle sue componenti anche emotive c’è chi afferma l’importanza di indagare gli oggetti propri della morale, i valori, che sono le spinte motivazionali più forti delle nostre azioni.

Oppure chi piuttosto che il Dovere, quindi il movente dell’azione, sottolinea la necessità di concentrarsi più sulle conseguenze o gli esiti delle azioni che sui principi. Secondo Weber la mentalità della società moderna è il risultato del crescente predominio della razionalità formale, che si esprime in fenomeni come l’organizzazione e la divisione del lavoro industriale, il calcolo economico dei profitti ecc.. ciò consegue alla perdita, da parte della società contemporanea, di valori assoluti quali punti di riferimento, consegue così un “politeismo valoriale” in cui i valori sono in tragico conflitto tra di loro. È per questo che WEBER introduce un’etica della responsabilità che tiene conto innanzitutto delle conseguenze dell’azione. Il fatto poi che sa particolarmente indicata per una società contemporanea lo ribadisce anche Jonas che in Il principio responsabilità,  tenta di fondare un’etica in grado di rispondere anche alla potenza distruttiva della tecnica. Secondo JONAS, dunque, è la salvaguardia del futuro della sua specie, ovvero la responsabilità verso le generazioni futuro ciò che deve animare le scelte etiche.

Contro l’approccio troppo intellettualistico dell’etica del dovere e dell’etica delle conseguenze, le nuove teorie della virtù che hanno di mira piuttosto la felicità dell’uomo intesa come il bene dell’uomo frutto di una disposizione coltivata con azioni buone. È il caso di MecIntyre e di Naussbaum. MecIntyer sottolinea l’esigenza di ritornare ad un comunitarismo e critica le concesioni atomistiche dell’individuo ponendo in primo piano il ritorno a valori relazionali che vadano al di là di relazioni prettamente manipolative e di sfruttamento. È per queso che egli propone virtù quali la solidarietà tra gli individui.

Mentre M. NUSSBAUM, critica nei confronti delle ipotesi liberiste, sostiene che piuttosto che  il perseguimento del proprio utile e di un’idea negativa di libertà, dovremmo ritornare al pensiero antico che ci ha insegnato che il fine dell’etica è la ricerca della felicità, intesa nell’accezione non utilitaristica di esercizio delle virtù umane http://digilander.libero.it/moses/aristoeticabase.html il coraggio (tra temerarietà e viltà), la temperanza (tra intemperanza e insensibilità)la liberalità (tra prodigalità ed avarizia) la magnanimità (tra vanità e umiltà), la mansuetudine (tra irascibilità e indolenza) – la cui pratica fonda i cosiddetti beni di relazione. Ineterssante è quanto dice Martah Nussbaum circa la fragilità del bene umano e del fatto che inutilmente potremmo esercitare su di esso un pieno controllo. Il più delle volte è l’eccessivo controllo che in effetti fa scaturire le più triste tragedie. All’eccessivo rigore dovremmo allora sostituire la concezione di un bene mutevole perché sottoposto alla mutevolezza e alla mutevolezza dell’agire umano.

Etica dei principi Etica della responsabilità Etica delle azioni (filosofia pratica)
Il dovere per il dovere Il calcolo delle conseguenze La rivalutazione dell’ideale greco  della polis e di un agire plurale che sconfessi principi asseriti una volta per sempre. (rivalutazione di Aristotele)

roberta de monticelli, la questione civile e la necessità dell’indignazione


Diceva Socrate che “il filosofo è lo specialista dell’ignoranza” ed è proprio citando Socrate che Roberta De Monticelli risponde alla prima domanda posta da Michelina Borsari.

Nello splendido scrigno della Sala degli Specchi del Teatro Valli di Reggio Emilia, Domenica 26 Febbraio Borsari ha infatti intervistato Roberta De Monticelli passando al vaglio i punti nodali dell’ultimo lavoro dell’illustre filosofa italiana, dal titolo “La questione civile”.

Una bella mattina mite, chiara e soleggiata, per passare uno sguardo critico sul baratro morale in cui la cultura italiana sembra affondanta. Una specie di selva oscura dantesca, paragone calzante che Michelina Borsari utilizza per aprire la conversazione con De Monticelli; noi come Dante, siamo nella selva ma non sappiamo come ci siamo finiti.

roberta de monticelli coeconews

Ma qual’è la selva oscura nella quale siamo precipitati? Quali sono gli alberi che la caratterizzano?

Borsari legge un pezzo del lavoro di De Monticelli che descrive la fitta vegetazione di questa foresta caratterizzata da corruzione a tutti i livelli, cordate, clientelismi, favoritismi, tante e troppe retrovie per raggiungere i traguardi senza percorrere la strada principale. Apertamente e pubblicamente schierata da sempre contro questi tipi di logica a Roberta De Monticelli e alle sue opere va attribuito un merito importante che basta a giustificare la lettura di queste: l’aver afferrato la filosofia per un braccio e averla riportata a terra.

Spesso, leggendo libri, saggi o brevi trattati filosofici, rimaniamo con l’impressione di aver curiosato in un bellissimo mondo ideale ma che poco ha a che fare con quello che ci troviamo davanti quando la sveglia sul comodino suona a apriamo gli occhi.

Come una cacciatrice di farfalle, Roberta De Monticelli acchiappa al filosofia che vola in alto e la porta a terra, non per tarparle le ali ma per permetterle di nutrisi ancora del nettare della società e continuare a volare.

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Il dialogo tra la filosofa e Borsari tocca Dante, Platone, Socrate, Kant, Bobbio, Grozio, Aristotele,Weil, Nietzsche, Calamandrei e molti altri autori e pensatori classici e moderni facendoli finalmente incontrare con la realtà del nostro paese, la sua nascita ed i suoi padri fondatori (Garibaldi, Mazzini…), con la Prima Repubblica e altre di quelle che lei chiama “rivoluzioni incompiute”, con l’ultimo periodo della politica italiana e anche con il deturpamento del paesaggio naturale.

Lo scopo di tutti questi fili che De Monticelli intreccia è quello di indagare cos’è che ha portato la cultura italiana a trovarsi nel buio attuale che ha inghiottito la concezione di ogni tipo di rapporto, lavorativo, politico…sociale in generale. Soprattutto è importante capire cos’è che ci ha portato a giustificare tutto ciò con una scrollata si spalle accompagnata dalla frase “tanto così va il mondo”.

Com’è che siamo precipitati in un sonnanbulismo etico che porta al nascondersi alla nostra coscienza di ciò che è male?

Perché c’è stata e ancora c’è desistenza nel considerare il disastro che prende piede? De Monticelli tocca un tema attuale ed estremamante presente a tutti i livelli della nostra vita quando invita a pensare alla nostra coscienza morale, viva nel privato (per esempio quando giudichiamo un comportamento o un attaggiamento di un’altra persona dei nostri confronti buono o cattivo) ma totalmente addormentata a livello civile, quando il nostro sguardo deve ampliarsi ed abbracciare un noi collettivo più vasto.

Quando il punto di vista si sposta dal singolo alla collettività, l’indifferenza morale diventa pervasiva e tutto viene concepito come irrimediabilmente relativo. Siamo sempre più pervasi da quella che De Monticelli chiama coscienza danzante, guidata dall’idea che i valori siano solo proiezioni soggettive e che tutto sia interpretazione personale. Questo sterile relativimo soggettivo, rende inutile qualunque discussione su ciò che è giusto e sbagliato, ciò che è bene e male.. tanto: dipende dai punti ti vista

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Ma allora, chiede giustamente Borsari, come si contemperano la necessaria libertà di pensiero di ognuno e la necessità di valori che siano veri, di un giusto che sia giusto e di uno sbagliato che sia sbagliato? Deve esserci libertà di pensiero ma non rinvio infinito delle interpretazioni, altrimenti tutto diventa giustificato e giustificabile.

La De Monticelli suggerisce una soluzione nel bilanciamento di ethos ed Etica ovvero delle singole concezioni del mondo proprie di ogni soggetto e la disciplina di ciò che ognuno di noi deve agli altri.

Nel suo libro la filosofa espone tre idee di giustizia e spiegando attraverso Platone perché dobbiamo tutelare il nostro paesaggio, De Monticelli termina proponendo i concetti di antologia della turbitudine ed esercizi spirituali del disgusto sottolineando come la nostra sensibilità costituisca una delle fonti di evidenza dei nostri valori. Per questo non dobbiamo aver paura di soffrire e di sdegnarci davanti a qualcosa che riteniamo ingiusto.

La sofferenza è necessaria alla comprensione e l’indignazione è un sentimento morale poiché in esso vi è una parte che riugarda l’universale, la nostra persona ma anche un noi collettivo.

L’opera di De Monticelli è un invito a guardare quello che succede attorno, a criticare e non aver paura di farlo perché solo così possiamo migliorarci a livello personale ma anche e soprattutto a livello collettivo.

Forse è davvero colpa dei troppi relativismi, nichilismi, soggettivismi e tanti altri “ismi” se sembriamo bloccati in un momento storico in cui per tutto, sembra esserci una giustificazione. Invece no: i “mali” ed i “beni” vanno riconosciuti e la libertà di pensiero non va confusa con l’abilità di trovare una giustificazione ad ogni azione umana, altrimenti rischiamo di continuare a star fermi e non procedere più nel nostro percorso.

Ogni strada che porta da qualche parte infatti possiede direzioni, limiti e confini ben precisi ed è solo marciando entro questi che si arriva ad una meta piuttosto che ad un’altra.

Roberta De Monticelli è una filosofa italiana che dal 1989 al 2004 è stata Professore ordinario di Filosofia moderna e contemporanea all’Università di Ginevra e attualmente regge la cattedra di Filosofia della persona all’Università Vita-Salute San Raffaele.

“La questione civile” è edito da Raffaello Cortina Editore.

Michelina Borsari è direttore scientifico del Consorzio per il festivalfilosofia. Ricercatrice, insegnante e curatrice di molti scritti e riflessioni filosofiche, durante la sua direzione scientifica della fondazione San Carlo di Modena (1987-2008) progetta la Scuola Internazionale di Alti Studi “Scienze della Cultura”.

Ilaria Iadevaia

su questo tema puoi confrontare anche:

john-rawls1        Rawls, John, Il diritto dei popoli

Rawls, John, Il diritto dei popoli

gb_cittadinanza_responsabile (1)

virtù e cittadinanza 001

 

il paradigma antropocentrico e le sue conseguenze


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Se controllate in “filosofia, corso quarti”, troverete la lezione su “Il paradigma della scienza Moderna”.

Intanto qui potete confrontare i due dipinti scelti per raffigurare l’attitudine antropocentrinca della scienza moderna (I tre filosofi di Giorgione), il cui campione sarà Bacone, l’organicismo vitalistico ed ecocentrico del Rinascimento (Il mito di Atteone, di Cesari), il cui esponente principale è Giordano Bruno, l’ultimo mago.

Per elaborare meglio questi due paradigmi potrete lavorare sul vostro libro di testo, alle p. 166-171.