Mese: agosto 2015

calabria magica


Foci del Trionto, Jonio

Calabria magica

Faro abbandonato di Capo Trionto. Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio della Difesa in dismissione

Faro abbandonato di Capo Trionto.
Il faro di Capo Trionto, Cosenza, sulla Jonio, è parte del patrimonio del Ministero della Difesa in dismissione

La Casa delle Capre. Capo Trionto, (CS) Il Faro

La Casa delle Capre.
Capo Trionto, (CS) Il Faro

Lido Il Faro, Capo Trionto

Il Faro, Capo Trionto

Capo Trionto, Passaggio di capre alla foce del Trionto

dietro la catena Costiera che separa

Tramonto sullo Jonio, dietro la catena Costiera che separa Cosenza da Sibari

J.M. Coetzee – Il maestro di Pietroburgo


Ladri di Biblioteche

Il Maestro di Pietroburgo

In esilio a Dresda, Dostoevskij ritorna a Pietroburgo sotto falsa identità, dopo la morte dai contorni poco chiari del figliastro. Lo scrittore si stabilisce nell’appartamento che era stato di Pavel e ossessivamente, insegue il fantasma del figlio per scoprire che cosa veramente gli sia capitato, indagando negli ambienti rivoluzionari di Nechaev. Pietroburgo diventa lo scenario dove si intrecciano le passioni dello scrittore: il dolore per il figlio morto, l’attrazione che prova per Anna Sergeevna – la padrona di casa di Pavel che ora ospita lui -, e persino per la giovane figlia di lei, il conseguente desiderio di rimanere in Russia ma altresí il bisogno di tornare all’esilio di Dresda…

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Venus in fur


(di R. Polanski, tratto dall’omonimo testo teatrale di David Ives, ispirato al romanzo «Venere in pelliccia» di Leopold Von Sacher-Masoch, con E. Seigner e M. Amalric, Cannes 2013)

Il film inizia con uno straordinario piano sequenza. Seguiamo dei passi. C’è qualcuno che concitato attraversa un tetro viale alberato battuto da una forte pioggia. Si dirige alla volta di un vecchio teatro. Le porte, al suo arrivo, misteriosamente si aprono. Siamo entrati nel film: Venus in Fur.

Wanda-Emmannuele, attrice da quattro soldi, è arrivata troppo tardi all’audizione e cerca disperatamente di farsi fare il provino da Thomas, il regista, il quale è restio, scocciato dalla sua insistenza, infastidito dai modi della donna e imbarazzato dai suoi abiti succinti. Ma non passa tempo che Wanda, impossessatasi della scena – mentre Thomas, totalmente indifferente, cerca di raccattare la sua roba –, con solo due colpi di battuta scoperchia, come una dea, l’arcano.

La stridula e sguaiata voce di Wanda-attrice si è trasformata in quella suadente e velata di Wanda-personaggio. Polanski gioca sulla omonimia dell’attrice e del suo personaggio per confonderci ancora di più. Quale delle due reciti la parte dell’altra è veramente difficile da comprendere ora che Il teatro prende il sopravvento sui suoi (spetta)-attori.

Dalle spalle di Thomas – che rappresenta lo stesso punto di vista e di ascolto dello spettatore –, la voce della Seigner pare venga da molto lontano, da un altro tempo. Thomas ne è magicamente trattenuto. Come inchiodato. Vi presta, prima di voltarsi, gioiosamente l’ascolto, convinto che alla fine avrebbe trovato Venere. Questa splendida voce segna con le sue modulazioni i piani in cui si muovono i due protagonisti: quello della realtà e quello del sogno. Quando Wanda recita, è come se da un silenzio secolare si stesse palesando una realtà sovrannaturale.

I personaggi esplodono. I ruoli si invertono.

L’attrice diventa regista e con estrema sicurezza apparecchia la scena. Conosce sorprendentemente tutta la sua parte, non ha bisogno del copione, confonde Thomas e gli spettatori e nella sua giunonica bellezza si trasfigura mano a mano in una divinità onnisciente, imperiosa, dominatrice, perfida, vendicatrice. Fa e disfa il giorno e la notte, la solitudine e il luogo dell’incontro, torturando voluttuosamente Thomas. Lui è d’altra parte ridimensionato nella sua iniziale demiurgica posizione. Riconosce Wanda come qualcosa di originario e di primitivo a cui si sottomette con una remissività gioiosa e liberatoria. Come se non avesse aspettato nient’altro che questo. Il mondo di fuori incombe, presago, con lampi vento e acqua, come se stesse assistendo al compiersi di un misfatto. Nemmeno la voce della sua ricca e borghese fidanzata ha più presa su di lui. Thomas scivola sempre di più in quel caldo posto buio dell’inconscio dove gli è dato indossare i panni di Wanda, usare il suo rossetto, indossare i suoi tacchi, la sua pelliccia mentre Wanda è oramai Venere o una baccante che, danzando attorno al cactus-colonna ionica, compiuta la sua trasfigurazione, sparisce, così com’è comparsa, accompagnata da un lungo piano sequenza, come una strega che viene e va con la tempesta.

giusi gualtieri

 

La vita di Adèle


Chi ha visto “La vita di Adèle” di Abdellatif Kechiche?

All’inizio i primi piani così intensi, la descrizione eccessiva del cibo, le pieghe dei volti, il cercare insinuante della macchina da presa, come se volesse entrare nella vita dei personaggi, danno quasi un senso di claustrofobia. I volti sono particolari, i tratti enfatizzati, la bellezza e il ritmo delle scene così perfetto che sembra il respiro di notte di Adele, quel respiro che pervade tutto il film che è il respiro delle due donne quando si amano.

Adele è splendida, sembra disegnata da una morbida HB. Ed Emma è diafana, e sembra uscire dalle strisce di un fumetto. La carrellata dei volti e di occhi e di bocche è uno straordinario ritratto delle stravaganti forme della bellezza umana.

adele

Ma il secondo capitolo va al di là della luminosità dell’incontro e sprofonda nel dolore della fine, quando il racconto, superando la vita, chiede dove sia finito e come sia potuto finire quell’amore così totale.

In una cena a casa di Emma a base di ostriche e di crostacei si annuncia la differenza profonda tra le due ragazze, la loro distanza sociale e culturale e l’orizzonte di senso a cui entrambe appartengono. Così a poco a poco, dopo l’epifania dei corpi, emerge incomprensibilmente, come nella vita, l’incepparsi della dinamica relazionale, le insicurezze cocenti, l’incomunicabilità dolorosa, l’ipocrisia, quella parte di invisibilità in cui ogni amante, un tempo centro del mondo, improvvisamente scompare per trasformarsi in uno sconosciuto, totalmente altro. L’altro volto della luna.

La donna blu perde interesse per Adele, così semplicemente se stessa e lontana da quel mondo in cui manipoli di intellettuali parlano di metafisica dei colori, di decorativismo klimtiano e che la vorrebbe simile a sé. Tutti gli amici di Emma, i suoi genitori e lei stessa sono quasi imbarazzati dalla semplicità della ragazza, dalla sua schiettezza, dall’assenza totale di velleità e dal quel suo amore così genuino per la vita.

E Adele, che coglie la sua lontananza da quel mondo, tradisce Emma avvertendo il suo stesso allontanarsi e portando con sé il dolore della colpa della fine di una relazione a cui lei sembra tenere molto di più che la pittrice. E’ anche per questo che Adèle stenta a dimenticarla, mentre lei si “compie” in una famiglia, continuando a coltivare quella parte “maledetta” che la fa essere un po’ più “artista”.

Forse Adele è davvero la sua musa. Un elemento naturale e pulsionale, più che reale. E forse il film è anche questo: una critica molto dura a quella ricca borghesia intellettuale, alla sua ipocrisia, alla difficoltà che ha di liberarsi da stereotipi, all’incapacità che ha di vivere relazioni e sentimenti genuini, di vivere, piuttosto che di rinserrarsi nei salotti.

Forse anche per questo in Adele l’aspetto perturbante della sessualità e della sensualità è così vorace, quasi come se lei conservasse un aspetto ancestrale che, non per niente, compare in tutti i quadri di Emma e che ci fa credere, o volere, che ci sia un capitolo 3°.

giusigualtieri

 

Blue Janet – Blue Jasmine


Blue Janet – Blue Jasmine

(Blu Jasmine, W. Allen, con Alec Baldwin, Cate Blanchett, Sally Hawkins,Louis C.K., Bobby Cannavale, Andrew Dice Clay, dal 3 dicembre nei cinema)

Un bel film, completamente al di fuori degli schemi del cinema natalizio, e che consiglio di vedere proprio a Natale.

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Sono uscita dalla sala con un senso di svuotamento e scontentezza. W. Allen fa un affresco lucido e realistico, senza alcun tipo di commento o di valutazione, della crisi dell’esistenza, della fine delle illusioni, della fine del mondo (di Janet-Jasmine). Jasmine (C. Blanchet), che in realtà si chiama Janet, è una ricca donna newyorkese sposata con un affascinante e ricchissimo uomo d’affari (A. Baldwin) che la vizia con costosi regali di ogni sorta, tradendola contemporaneamente. Quando alla fine scoprirà che il marito ha un’amante, il suo matrimonio finirà, trascinando con sé la sua vita lussuosa. È per questo che Jasmine si rifugia, distrutta economicamente, emotivamente a pezzi ed imbottita d’alcool e di psicofarmaci, a casa di Ginger (S. Hawkins), la sorella povera ed insignificante che vive, con due figli, a SF. Qui cerca di ricominciare, di dare sostanza alla sua vita, lavorando e cercando di capire che professione potrebbe riportarla a galla. Incontra così un ricco diplomatico che si innamora immediatamente della sua eleganza e dei suoi modi così aristocratici, da chiederle subito di sposarlo e di andare a vivere con lui. Ma Jasmine non ha detto la verità sulla propria vita, e, come accade spesso nei film di W. Allen, il caso è sempre all’agguato a ricordare quanto miserabili siano alcune esistenze.

Siamo chiamati così a doverci confrontare con l’incredibile causalità della nostra esistenza, di eventi che paiono sovrastare la nostra stessa responsabilità, come se fossimo agiti – anche quando decidiamo di compiere un’azione le cui conseguenze sappiamo terribili (è Jasmine che, preda della vendetta, denuncia il marito alla FBI) –, da una forza esterna.

Il film è certo privo di qualsiasi scandaglio interiore. Non c’è traccia di scavo psicologico, alcuna indulgenza o condanna per la/le protagoniste, e si può dire tutto incardinato sull’enfatizzazione dei contrasti e delle sproporzioni.

Quando Jasmine arriva a SF, è estrema l’inadeguatezza dei suoi abiti del suo portamento della sua eleganza della sua statura, con gli abiti l’andatura la statura della sorella. È estrema la sua difficoltà nel mondo di Ginger, in quella casa modesta, con i suoi amici bifolchi. Ma altrettanto goffa è l’eleganza di Jasmine commisurata alla sua totale incapacità di comprendere la vita, gli affetti, le relazioni, i valori. È in questo le due sorelle, nonostante la loro distanza culturale e sociale, si rivelano uguali.

Così, se l’estrema contrapposizione tra le due è uno dei leit motiv della pellicola, la loro differenza, così grottesca, nasconde in fondo una brutale identità. Jasmine e Ginger sono entrambe naive, estremamente instabili, prive di carattere, senza un quadro valoriale di riferimento. Entrambe perse nel mondo, diluite nei suoi codici, prigioniere dei suoi status. Entrambe egualmente incapaci di vivere, di costruire qualcosa di stabile, di gestire le proprie relazioni: l’una espressione nevrotica dell’autoaffermazione a tutti i costi; l’altra espressione giuliva dell’idiozia lasciva. La cosa più angosciante di questo film, così emotivamente fastidioso, è proprio il vuoto di queste due esistenze.

In questo è davvero senza pietà il ritratto che Allen fa della sproporzione tra esistente e vita. Entrambe queste donne, a prescindere della loro estrazione sociale, non hanno narrazione, non hanno trama alcuna a supportarle e, per questo, sono esposte e sottomesse al fato, in balia degli eventi. Come quando, dopo la disastrosa debacle del marito-Alec Baldwin, e il del tutto inaspettato fidanzamento con il diplomatico californiano, Janet-Jasmin va dritta incontro al suo destino: di fronte alla gioielleria in cui sta per comprare il suo anello, un uomo del suo passato le vomita in faccia tutta la verità e tutte le bugie della sua vita, mandando in rovina il suo secondo matrimonio.

giusi gualtieri

Paolo Virno – Motto di spirito e azione innovativa


fantastico sito. Ben ritrovato!

Ladri di Biblioteche

Motto di spirito e azione innovativa

Gli esseri umani sono in grado di cambiare il proprio modo di vivere, mettendo da parte vecchie regole e abitudini consolidate. Ma di quali requisiti si giovano per imboccare una direzione imprevista? Come avviene la rottura della condizione di equilibrio prevalsa fino a quel momento? In che cosa consiste una azione innovativa? Il libro di Virno cerca di articolare una “logica della creatività”, ossia mette a fuoco lo scarto logico-linguistico che permette di agire in quello che i giuristi chiamerebbero uno “stato di eccezione”.

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