Il Principe e la Costituzione.


 





Parte 1.

Finiva così l’analisi che Zagrebelsky ha pubblicato sul Il fatto quotidiano del 12-13 luglio scorsi rammaricandosi dell’assenza all’incontro organizzato da Boschi sulla riforma costituzionale del senato: “Della mia assenza ancora mi rammarico e mi scuso. Immagino che i tempi non saranno così stretti da impedire ulteriori confronti […]”.

E invece, a quanto pare, i tempi sono strettissimi. Il governo annuncia ogni giorno, minacciando anche di ricorrere alla ghigliottina, e pericolosamente, di voler realizzare entro l’8 agosto la riforma. Mentre Napolitano dal suo scranno incalza circa le necessità di non fermare il cammino delle riforme.

Rimando così innanzitutto alle due dense pagine del Fatto quotidiano in cui Zagrebelsky illustra con chiarezza le problematiche di questa riforma. Sono 10 i punti in cui sviluppa il problema del bicameralismo perfetto; il problema dei costi del Senato; quello della sua funzionalità collegato ai tempi del nostro attuale iter legislativo. Illustra anche la funzione che la seconda Camera dovrebbe avere e il Pasticcio a cui si va incontro con questo tipo di riforma.

Zagrebelsky spiega la differenza che c’è tra la prospettiva amministrativa – quella di Renzi-Napolitano – per la precisione, e la prospettiva “costituzionalista” – quella che è la più rispettosa del mandato costituzionale e dei tempi che corrono.

Il Conservatorismo del governo RENZI-NAPOLITANO-BERLUSCONI

La prima osservazione da fare è che le difficoltà del nostro iter legislativo riguardano più l’assenza di una solida maggioranza che un difetto giuridico. Questa assenza è dovuta alla “mancanza di logiche e sostanze politiche apprezzabili, meritevoli e coerenti” in quanto i partiti, piuttosto che “associazioni di partecipazione politica, secondo l’art. 49 della Costituzione”,  si sono trasformati in “appendici di vertici personalistici”.

Le democrazie rappresentative, inoltre, sono creature “dai tempi brevi, segnate da scadenze elettorali, durante le quali gli eletti per natura di cose umane cercano le rielezione cioè il consenso necessario per ottenerlo”.

L’attuale riforma del senato, e Renzi, dunque, è un conservatore, perché avalla logiche di sistema, quelle per intenderci che “per mantenere o migliorare le proprie posizione nel mercato elettorale, è disposto ad usare  tutte le risorse disponibili per ottenere il consenso immediato degli elettori”. Di seguito spieghiamo il perché.

RIFORMA AMMINISTRATIVA – Conservatrice – del senato

Dice Zagrebelsky:

“Da noi, il dibattito si è orientato pacificamente verso l’idea del Senato come organo rappresentativo delle istituzioni territoriali, cioè – non essendo l’Italia una federazione, se non nel linguaggio politico compiacente – della Repubblica autonomista: non più Senato della Repubblica, ma Senato delle Autonomie”.

74 senatori proverranno dunque dalle Regioni.

Ma le nostre Regioni sono grossi apparati politico-amministrativi che riproducono (salvi, forse, i casi della Valle d’Aosta e della provincia di Bolzano) vizi e virtù dell’amministrazione e della politica nazionale: sono, in altri termini, delle articolazioni più o meno felici di quest’ultima. Se ciò è vero, che senso ha un Senato delle Autonomie, se non quello di ricondurre e rispecchiare al centro ciò che già il centro ha trasmesso alla periferia?

Che sostanza politica, nuova e diversa, quest’organo esprimerebbe?

Nessuna, se non eventualmente maggioranze dissimili da quelle politiche che si formano alla Camera dei deputati. Personale politico di partiti si troverebbe a operare qui e là, e il Senato delle Autonomie si risolverebbe in un segmento secondario d’un sistema politico unico che ha da risolvere al suo interno questioni di natura essenzialmente amministrativa, questioni che, comunque, troverebbero sbocco finale nel contenzioso costituzionale, come già succede ora (con le complesse procedure previste, il rischio è di ulteriore confusione). Si tratterebbe d’un organo di contrattazione di risorse finanziarie e porzioni di funzioni pubbliche, in una sorta di do ut des che già oggi trova la sua sede nelle due “Conferenze” paritetiche Stato-RegionieStato-Autonomie locali. Coloro che ragionano con tanta sicurezza di Senato delle Autonomie temo che assumano essere le “autonomie” qualcosa com’essi desidererebbero ch’esse fossero, ma che non sono. E, se sono quelle che sono, invece che quelle che si vorrebbe che fossero, il loro “senato” si riduce a ben poca e inutile cosa”.

 

V. Zagrebelsky sul Fatto quotidiano

Annunci